Sono stato aggredito nelle banlieue francesi nell’Estate 2012. La mia aggressione avvenne in un caldo pomeriggio d’Estate, nel pieno centro di Saint Denis, davanti al teatro Gérarde Philippe.

I motivi erano, come di solito succede in questi casi, più che banali: stavo attraversando la strada sulle strisce pedonali, col verde, quando due ragazzi in scooter (uno probabilmente maghrebino, l’altro dalla pelle scura, africano) avevano cercato di investirmi. Per gioco, credo. Non li avevo mai visti prima di allora. Né li avrei mai più rivisti. Urlai, prima di spavento e poi di rabbia. Loro fecero marcia indietro, provarono di nuovo a investirmi. Cominciò il diverbio, che si concluse pochi minuti dopo in una violenta rissa. Non sono uno abituato a picchiare. Non lo faccio almeno dalle elementari. Mi colpirono al volto, in due, finii steso per terra come un salame, e continuarono a scalciare nel mio stomaco. Fino a quando, vero miracolo da quelle parti, non intervennero dei passanti. A tutt’oggi, non mi so spiegare il motivo del loro intervento. Bontà, solidarietà, o forse solo la voglia di non avere la polizia tra i piedi, per indagare sull’omicidio di un bianco, in un quartiere dove la polizia non mette mai piede.

Avevo vissuto a Saint Denis, un grande paese nella banlieue nord della cinta parigina, per sei mesi prima di quello sfortunato episodio. Mi ero sentito grande, in mezzo a una cultura – quella degli arabi e degli africani di prima, seconda e terza generazione francesi – che non mi apparteneva e che però mi aveva silenziosamente inglobato dentro di sé. Mi ero sentito diverso da tanti francesi e stranieri che ogni giorno vivevano a Parigi, e si tenevano lontani dai ghetti, dalle periferie malate, dai sobborghi dimenticati. Saint Denis faceva parte della mia identità di giovane uomo che non voleva confondersi con la massa: eppure, senza accorgermene, ero entrato mio malgrado a far parte di una massa ancora più grande, indefinita, fatta di emarginazione e paura. Non che vivere a Saint Denis mi impedisse di frequentare altre persone, tutt’altro! Eppure, per il solo fatto di abitare in periferia, con tutti i disagi che comportava muoversi con i trasporti pubblici, e in una periferia considerata degradata, mi portava inevitabilmente a diradare i contatti e le uscite verso la grande città. Ma che mi fregava: ero uno del ’93, ero un reietto, ero uno di quelli che non facevano parte del sistema. Per la prima volta, mi sembrava di capire il significato profondo della musica rap. O almeno così immaginavo.

La banlieue è un organismo a sé, nel contesto urbano. Bando alle ciance buoniste: chi vive in banlieue, chi ci è nato o chi vi si è trasferito per risparmiare sull’affitto o per motivi famigliari o di lavoro, si sente parte di un corpo a se stante nella vita della grande metropoli parigina. Un corpo morto, per intenderci, che i grandi treni che collegano la capitale con la banlieue non fanno altro che tenere in vita artificialmente. Dopo la mia aggressione, ho cominciato a vedere con una sorta di mistica attrazione i grandi palazzi/torri/agglomerati che in Francia chiamano le cités, e che in Italia possono essere paragonabili per bruttezza solo alle famigerate Vele di Scampia (Qui La mia mistica delle Vele di Scampia, partorita dopo l’episodio di Saint Denis). Le cités hanno nomi esotici, ci sono siti che si premurano di recensirle con meticolosità, e possono ospitare migliaia di famiglie al loro interno. Sono enormi agglomerati di edifici costruiti gli uni vicino agli altri: miracolo dell’urbanizzazione, e morte della civiltà allo stesso tempo. Le cités non hanno spazi pubblici, non ospitano negozi o attività ricreative, sono circondate da campi incolti e spesso neppure la polizia riesce a entrare al loro interno.

La mia esperienza a Saint Denis si è conclusa nel peggiore dei modi possibili. L’aggressione ha lasciato impresse tracce che difficilmente scompariranno dalla mia coscienza, almeno finché campo. E non tanto per il dolore fisico o l’umiliazione di non essere riuscito a difendermi e a gestire al meglio una situazione di pericolo. Con le botte, sono venuti via anche mesi di relativa tranquillità, pace interiore e integrazione con la comunità circostante. Gli unici miei “amici” di Saint Denis erano i miei coinquilini: Constantin e Olivier, due ragazzi originari del Camerun e della Costa D’Avorio con cui dividevo casa. Con Constantin, in particolare, di qualche anno più grande di me, posso dire di essere cresciuto: mi ha aperto gli occhi sull’oppressione esercitata dall’Occidente sulle popolazioni dell’Africa, ho intavolato discussioni interminabili con lui su problemi complessi di Geopolitica ed economia, ho apprezzato per la prima volta che cosa voglia dire sentirsi europeo, e sentito tutte le contraddizioni di voler difendere a ogni costo la propria presunta “civiltà” di fronte alle ragioni di qualcun altro. Ma non è questo il punto.

E’ come se i pugni ricevuti – sugli occhi, maledetti bastardi – mi avessero offuscato la capacità di vedere integralmente la realtà attorno a me. Finché esisteva il mio tran tran regolare banlieue-Parigi-banlieue di ogni giorno, mi credevo in grado di poter distinguere con raziocinio maggior i problemi e le complessità del vivere in un ghetto, e le dinamiche sociali al suo interno. Mi sbagliavo. D’un colpo mi sono ritrovato, io piccolo essere sperduto in mezzo a tanti disperati, più solo di quanto non mi sarei trovato in mezzo a un deserto. Non mi sono rivolto alla polizia di Saint Denis – l’ho letto negli stessi occhi dei miei “salvatori”: lì, la polizia non è la benvenuta per nessuno – ma a quella di Parigi, che mi ha rimandato a casa con un “sei stato fortunato ad essere sopravvissuto”. Ho cercato subito un’altra abitazione, e l’ho trovata, grazie a una ragazza – Sara – e alla sua proprietaria di casa – Leila, una donna di un’intelligenza straordinaria, lei stessa con un passato di difficile integrazione nella società francese – a soli dieci chilometri da Saint Denis, ma in un altro universo: La Varenne, banlieue ricca e quasi magica nella sua tranquillità.

Mi rendo conto, con queste righe, di non essere ancora riuscito a interiorizzare completamente la mia aggressione. Proprio perché essa mi appare solo l’inizio di un problema senza fine, di una storia complessa e troppo grande per me. Si può leggerla in chiave metaforica: a Saint Denis ero uno delle poche persone di pelle bianca. Per i miei aggressori ero facilmente scambiabile come un estraneo, un “parigino”, una negazione vivente dei valori e dei codici della banlieue. Catalizzavo nella mia persona – senza accorgermene – decenni di colonialismo, repressione ed emarginazione, tutt’ora vivi nella pelle degli abitanti. Mi trovavo sulla linea del fuoco di conflitti in atto da decenni: talvolta evidenti, come nel caso della grande rivolta delle banlieue nel 2005, la maggior parte silenti, assopiti, ma pronti a incendiarsi al minimo imprevisto.

Ecco, forse questa è la traccia reale da cui partire, per analizzare l’odio, la violenza, il clima di oppressione che regna sottotraccia in questi sterminati deserti di cemento. Nelle banlieue, almeno quelle che ho visto io, lo Stato francese è assente. La polizia si presenta in squadroni da venti, e quando capita è sempre per una causa ben precisa. Non c’è controllo del territorio da parte dello Stato. Ma non c’è neppure una forma di intervento collettivo paragonabile a quello che viene fatto per la capitale, Parigi: nonostante i fiumi d’inchiostro versati ad arte sui giornali da politici e giornalisti consenzienti, poco o nulla viene fatto per migliorare la vita di chi abita in banlieue. La stessa organizzazione urbanistica rende un inferno la vita degli uomini, costringendoli a vivere in case che sembrano formicai e impedendo loro di trovare sfogo in spazi pubblici adeguati o in svaghi collettivi alla portata di tutti. Due mesi dopo la mia partenza da Saint Denis, vi fu un incendio in una casa del centro: morirono gli occupanti, una famiglia con bambini, e si scoprì che mancavano dell’acqua corrente in casa da anni.

Ed è quando manca l’intervento potente dello Stato nel regolare la vita di tutti i giorni, dalle facilità sui trasporti pubblici al mantenimento degli spazi verdi, e  le regole che si vogliono “collettive” e stabilite dalla Legge non hanno nessuno che le difenda in maniera autorevole, che subentra un altro sistema di valori che poco ha a che fare con quello a cui noi – uomini che vengono da fuori banlieue – siamo abituati. Un sistema di valori dove la violenza ha una parte rilevante. Una volta ristabilitomi, nella calma della Varenne, dovetti ammettere a me stesso, con un certo sforzo, che il mio pestaggio era stato una sorta di “battesimo” della banlieue. Avevo provato sulla mia pelle che cosa significava essere un emarginato (perché bianco, perché straniero, perché privo di amici e alleati sul territorio, perché potenzialmente pericoloso per il mio ricorrere alla polizia con più facilità di un nativo) in mezzo agli emarginati. La banlieue mi aveva digerito, per vomitarmi fuori con la stessa velocità con cui si inghiotte per errore un cibo avariato, che non fa parte del nostro ecosistema.

E’ stato questo, forse, a farmi più male: non essere riuscito a diventare parte di quella comunità che tanto interesse mi aveva suscitato all’inizio. Una comunità fatta di persone generate da due o più culture diverse, tutt’ora in cerca di un luogo dove stare su questa Terra, capace di mantenere vivo nel chiuso del loro ghetto i linguaggi dei genitori e dei nonni, e di vivere e lavorare per la Francia con la segreta speranza di essere riconosciuti anche loro, un giorno.

Sulla stessa esperienza ho scritto per Cafebabel, con qualche riserbo in più: La mia banlieue tra Sarkozy e Hollande