Qualche volta, capita di metter da parte le lunghe distanze. Quando non si ha una destinazione da raggiungere, il mondo si può misurare in chilometri, alberi, chiese isolate e ville rinascimentali in decadenza. E non fa differenza alcuna che aerei militari della base di San Damiano sorvolino ogni giorno i campi coltivati, ricordandoci a chi apparteniamo davvero.

In quei momenti ci sono io, un motore che può essere di 50 o di 1.300 cm cubici (andare troppo in fretta qui non serve) e strade che conservano intatto l’asfalto di tre generazioni. Se la vostra auto buca una ruota proprio mentre attraversate il piacentino (niente di più probabile) passate a farmi un saluto. Vi condurrò dove so io, alla ricerca di quello che non troverete in nessun altro posto al mondo. No, non sto parlando dei salumi.

castell'arquato

Qui non c’è niente“, è la descrizione più comune che potete raccogliere dalle bocche di chi ci ha sempre vissuto. E, devo ammetterlo, spesso ci casco anch’io. Specie in questi giorni di inverno, dove le già poche persone in giro scompaiono del tutto, una cappa di grigio insistente nasconde i colori, e il massimo evento che si trova sui giornali è l’arrivo della Befana al centro commerciale, “per lo svago di grandi e piccini“. Ce n’è abbastanza per prendere la macchina e andarsi a stordire di gas di scarico nel centro di Milano.

Altrove si progetta, si costruisce, si inventa, si attirano turisti che rilanciano l’economia. Può darsi, ma oggi penso che il mio metro di paragone sia diventato un po’ troppo fuori luogo. Se a Parigi, Bruxelles o Budapest mi muovo ormai con una certa facilità, mi sento sempre più impacciato a orientarmi nel posto in cui sono nato.

Mi ci sono voluti anni per conoscere qualcosa di questa striscia di mondo. Anche se la potevo attraversare con un solo colpo d’occhio. Libri, chiacchierate, lavori in campagna e lunghi giri da e verso casa, tra paesi nascosti da colline che ricordano le onde del mare di un’era geologica fa.

Fino a 15 anni, il mio mondo aveva una curiosa forma oblunga. Con una bici da città, inadatta alla maggior parte delle strade di campagna, ho percorso avanti e indietro le strade che collegano i diversi paesi. CortemaggioreBaselicaduceFiorenzuola d’ArdaSan Protaso, Doppi, Castell’Arquato, Lugagnano, Chiavenna e giù in discesa fino a casa. Ogni volta, misurandomi con l’aria di tramontana, capace di raddoppiare i tempi di percorrenza tra la pianura e le colline. Dopo l’arrivo dello scooter, solo gli occhi hanno dovuto sforzarsi.

Il resto, era lasciato al borbottio instancabile di un cinquantino degli anni novanta, che i contadini chini nei campi vedevano sfrecciare a pochi passi da loro. Vernasca, Chiaravalle, Alseno, Lusurasco, Bore, Mignano, Settesorelle, Vezzolacca, Antognano, Prato Ottesola, Montezago, Diolo, Vigolo Marchese, Pallastrelli, Ciriano, Chero, Fontana Fredda, Olza. Una toponomastica curiosa per riempire la lista di luoghi da attraversare con un colpo di clacson al momento giusto. Perché il silenzio, da queste parti, a volte è in grado di sommergere persino le urla più disperate.

In questa valle ci saranno sempre scorci, paesi, misteri che mi attenderanno. Sono convinto, non li ho ancora visti tutti. Si trovano appena al di fuori dei percorsi dritti, conosciuti, dove si concentrano le attività quotidiane.

Sono convinto che le persone che hanno costruito queste strade abbiano voluto di proposito renderle difficili da percorrere, per scoraggiare i visitatori occasionali, i turisti della domenica, e chi non è in grado di percorrerle andando a passo di lumaca. Perché solo così la vista periferica riesce a cogliere le meraviglie nascoste.

Possono essere una villa rinascimentale che lentamente viene nghiottita dalla terra a Saliceto di Cadeo. Una chiesa alta due metri e mezzo al centro di un campo incolto vicino alla diga di Mignano. Un cimitero dell’Ottocento nascosto sotto una collina a Montezago. Una bottega d’artista in un paese medievale da 100 anime. Rovine romane che dominano il panorama a Veleia. Un’abside rimasta come un monito sopra a una collina a Vernasca. La palizzata che porta a un monastero ricostruita dal lavoro di un eremita. Uno dei parchi termali più grandi d’Europa a Bacedasco, completamente abbandonato, dove  le fontanelle sono ancora in funzione, notte e giorno. Un asilo infantile a Prato Ottesola lungo la via, dipinto dalle mani dei bambini. Il terrazzo sospeso di un palazzo del Quattrocento rivolto verso gli Appennini. Il giardino del mio amico pittore Gianfranco Asveri, a Cortina d’Alseno, dove nelle sere di settembre si legge la Divina Commedia di Dante all’aperto.

Non capita spesso, al di fuori delle strade maestre, di incontrare qualcuno capace di spiegarvi la storia del luogo. E non solo per via di tutta la retorica sulla “perdita delle tradizioni”: chi ancora rispetta queste tradizioni, spesso, non sa nemmeno lui perché lo fa.

E di tutte le ville padronali sparse nel territorio, che in altri paesi sarebbero tutelate dallo Stato e aperte al pubblico, spesso neppure si conoscono i nomi reali. Segno che da queste parti la mentalità è un po’ diversa da quella che ci si potrebbe aspettare.

Se volete approfondire potete consultare l’archivio dei “Quaderni della Valtolla“. Ma non è detto che il lavoro di fantasia sia inutile, da queste parti. Come ho provato a fare in un precedente articolo (Quella villa del Rinascimento che sprofonda nei campi), le tracce fisiche che gli abitanti di questi luoghi hanno lasciato sono così esigue e disperse che spesso bisogna fare un vero sforzo di immaginazione per convincersi che questo è un luogo colonizzato dall’uomo.

La fantasia sembra essere lo strumento migliore per conoscere davvero la Valdarda. Ma non si tratta della fantasia sognante dei romantici o  di quella ululante di certi poeti locali, illuminati dalla Madonna.

La mia Valdarda non ha niente a che fare con i poster turistici vecchi di quindici anni, che ancora resistono al di fuori delle bacheche dei comuni. Si tratta di un luogo inventato, che esiste solo quando tiro fuori dal garage lo scooter e mi metto a unire i puntini che separano un gruppo di case dall’altro. Se la guardo su un atlante stradale, non  saprei orientarmi in quel dedalo di vie.

La popolano individui invisibili, viandanti del passato che hanno lasciato un segno su un tronco, eremiti che escono solo a tarda sera, vecchi di campagna di cui nessuno conoscerà il giorno della morte, ciclisti desiderosi di farsi metter sotto e contadini che salutano con un “vaffa” quando suono troppo forte.

Di giovani in giro se ne vedono pochi: solo gli autovelox riescono a catturare le loro immagini sfuggenti.

Quelli che per me sono luoghi magici per altri possono non significare niente. Lo diventano quando li scopro quasi per caso, da solo, senza conoscerne la storia né i perché. Solo allora la fantasia si mette in moto: perché sono così belli da non credere che esistano. Attorno a loro non c’è più niente che possa svelare la loro utilità pratica.

Quando periodicamente torno a vederli, e li trovo più imbruttiti, abbandonati e decadenti che mai, mi sembra di essere al capezzale di un parente vecchissimo, e di essere l’unico a poterne ascoltare le ultime parole.

Probabilmente, tanti altri hanno avuto e avranno questa stessa sensazione. Quella di essere gli ultimi uomini in un mondo improvvisamente piombato nel silenzio, nell’oblio e nel lento succedersi delle stagioni e dei suoni naturali. Qui sembra che il tempo si dilati fino a diventare eterno, e che giovinezza e vecchiaia non siano due stadi della vita di una stessa persona, ma che vi sia un semplice scambio di ruoli.

Spopolamento della montagna, mancanza di risorse, invecchiamento della popolazione, oblio delle tradizioni, morte del dialetto: potevo usare queste parole per descrivere la “mia Valdarda”. Non l’ho fatto, perché credo che il gergo specialistico e giornalistico non renda del tutto l’idea di quello che si prova vivendo qui.

Hanno ragione, i miei compaesani: “qui non c’è niente“, perché tutto è già successo. Perlomeno, nella mia fantasia.

Foto di copertina: tramonto su Castell’Arquato (04/01/2013), di © Luigi Franchi.