… non riguarda solo l’economia. Sarebbe fin troppo facile da risolvere.  Da quando sono nato (1987) posso dire di aver vissuto in un periodo di crisi costante. La crisi dei valori? Nemmeno, perché si dovrebbe dimostrare che il mondo in cui viviamo è più ingiusto di quello in cui vivevamo prima. No, io credo che a essere andati definitivamente a puttane siano proprio i “motori” stessi della società.

questa crisi

Piccoli e medi imprenditori, grandi capitalisti, medici della mutua, ad di Poste italiane, ferrovieri dello Stato, panettieri, giostrai, dee-jay, giovani imprenditori di Confindustria, federalisti europei sognatori, ex-comunisti riconvertitisi alla Lega Nord, volontari della Croce Rossa, addestratori da circo, camionisti, inservienti delle mense, leader di partito, capisquadra, populisti, esperti di relazioni pubbliche, web editor, speculatori internazionali… Tutti che lavorano, chi più chi meno, per strappare un pezzo di pagnotta in più a tutti gli altri. Senza più nessun obiettivo in comune. Senza qualche filo rosso, seppur tenue, che tenga insieme i pezzi dispersi di questa multiple e informe società. E quelli che dovrebbero farlo, persi dietro ai loro anacronistici sogni di ideologie morte e sepolte o all’inseguimento di un “pater patriae” che tarda ad arrivare. In una parola…

E’ una crisi che non risparmia nessuno. Ma che non lascia scampo ai più deboli. Privi di quelle tutele che lo “Stato sociale” dovrebbe garantire. Dico “dovrebbe”, perché ormai le coperture sono saltate. Si è fatta strada anche da noi l’idea che ci debba essere una sorta di “selezione naturale” nella società, per cui chi non è in grado di cavarsela con le sue sole forze si merita di andare in bancarotta. Come se davvero partissimo tutti dalle stesse condizioni. Come se le scuole pubbliche fossero fucine di talenti. Come se ci fossero davvero borse di studio per chi è più bravo a scuola. Come se non ci fosse differenza tra una laurea a Reggio Calabria e una allo Iulm. Come se tutti avessimo un corpo che funziona alla perfezione, fin dalla nascita. Come se tutti avessimo genitori che possono mantenerci fin quando vogliamo. Come se tutti nascessimo a Milano o Roma, dove la vita brulica di opportunità. Come se…

Siamo da sempre all’inseguimento di un sogno, che proviene da oltreoceano, di una società governata dalla competizione e dal merito. Scordandoci che l’Italia non è l’America, e che il prelievo fiscale, la criminalità organizzata, la corruzione della classe politica, la mancanza di risorse prime, l’instabilità governativa e la disuguaglianza sociale che abbiamo qui avrebbero già mandato k.o. più di uno “Steve Jobs” venuto da oltreoceano a farci la sua brava lezioncina. Altro che essere affamati, qui è già un miracolo non morire di fame.

Una crisi che spacca in due le famiglie, tra chi porta la pagnotta a casa e chi deve sentirsi un estraneo in casa sua perché non ha più niente da dare. Una crisi che rovina le amicizie, perché c’è chi si può permettere ancora di fare la vacanza nel posto figo, o uscire a mangiare tutti i sabati sera, e chi è costretto a passare le sue estati a cercare un lavoro che non si trova. E, se si trova, non lascia spazio per altro. Una crisi che manda in frantumi i sentimenti, con le giovani coppie costrette a passare il proprio tempo a farsi i conti in tasca, limitate in un giro di orizzonti che non lascia respiro a qualche sogno più grande. Chi avrebbe il coraggio di cercare un figlio in queste condizioni? Sapendo che dopo un anno dalla sua nascita potrebbe non avere più i mezzi per sostenerlo? Eppure, qualcuno ancora ci prova.

E, paradossalmente, sono sempre più spesso quegli immigrati venuti dal mare e che hanno ancora meno speranze di noi, che per una legge barbara e medioevale (ma non vorrei offendere troppo i medioevali) mettono al mondo dei figli che – almeno – fino a 18 anni dovranno convivere con la stigmate di “straniero“.

E’ una crisi che rovina ogni idea, ogni progetto, ogni disciplina interna a ogni azienda. Minacciati dallo spettro di “quello che succede fuori“, chi è dentro al mercato del lavoro si vede costretto a marciare a ritmi impossibili, a reprimere ogni idea, ogni contestazione a quello che non va, per paura di perdere il posto. Senza capire che così si alimenta una volta di più la macchina che ci porta tutti alla rovina.

Perché se una sola idea prevale, un solo motivo è quello che dà anima alle cose, a cui tutto deve ritornare – il profitto personale, immediato, monetizzabile, che sia dell’ordine delle centinaia di miliardi o delle decine di euro – allora vuol dire che questa Italia se lo merita di andare a finire nella merda. Perché la ricchezza di prima, il mitico “boom economico”, la crescita a doppia cifra e la borghesia illuminata sono già entrate nel regno dei miti e dell’inizio della Storia.

Perché fino a quando ci faremo dettare a bacchetta ogni decisione di politica esterna o interna dai “mercati internazionali” (che ormai, grazie alle semplificazioni della stampa nostrana, hanno preso vita e si comportano come creature capaci di nervosismo e periodi di relax) non conosceremo mai un solo istante di libertà. Perché fino a quando da queste parti non emergerà un’idea nuova, un modo di vita diverso da quello che ha dominato il mondo da prima che nascessissimo, saremo sempre i cattivi alunni della maestra America. Che infatti ora sta ripartendo, verso il suo sogno impossibile di una ricchezza infinita. Senza aver capito nulla degli errori del passato. Ancora convinta di poter dominare il mondo, di essere il playmaker dei destini di tutti.

No, non ce la farete a farmi votare per Grillo. Io voglio qualcuno che approfitti di questa situazione per inventare un mondo nuovo e migliore. Non voglio distruggere tutto, ma utilizzare quello che abbiamo per creare qualcosa di nuovo. Magari, da esportare in America.

Foto di (cc) Hega Weber/flickr