Le primarie online del Movimento 5 Stelle sono state un esperimento coraggioso, ma deludente. Anche per chi, come me, non ha partecipato né tantomeno voterà il signor Grillo. Era tanta la curiosità attorno a questa iniziativa di democrazia digitale.

Le regole discutibili, la campagna elettorale mal gestita su Youtube, le parentopoli nelle candidature e la cifra irrisoria di 30 mila votanti (non ancora confermata) hanno portato giornalisti e politici avversi a Grillo a farsi due risate. Ma la democrazia digitale resta uno strumento formidabile per riportare in politica le uniche persone davvero insostituibili: i cittadini. Diamole una mano. Perfavore, perché Grillo non sa che farsene.

Immagine di federico_morando/flickr

LE PRIMARIE, DICEVAMO. Ci hanno messo la faccia, i grillini. Su Youtube i loro video di presentazione si trovano ancora, registrando qualche visualizzazione in più che potrà tornare utile la prossima volta. Per la maggior parte di loro, uno sfondo casalingo dietro alle spalle. L’incertezza nel guardare dritto in camera, tipica di chi non ha a che fare con i giornalisti tutti i giorni. La difficoltà di farsi accettare e votare nei pochi minuti a disposizione, che per il tempo eterno di Internet rappresentano un’enormità.

Loro ci hanno messo la faccia, in cambio di poche centinaia di voti e commenti beffardi. Qualcuno si è candidato assieme alla sorella. Qualcun altro è un “trombato” di professione, e le prova tutte pur di arrivare in Parlamento cavalcando l’onda grillina. Le regole capestro inventate da Grillo per la selezione dei candidati rimangono la conferma che pure il “guru” non è del tutto convinto della assoluta libertà della rete. E infatti lui se ne guarda bene dal farsi votare su Internet.

LA DEMOCRAZIA DIGITALE IN EUROPA

GLI SLACKTIVISTS. Politologi e dottoroni di fama mondiale usano questo termine, “slacktivist“, per definire l’attivista online. Da noi suonerebbe come il “fannullone” del web. Quante volte abbiamo sentito dire che i “grillini” sono impreparati a governare il Paese? Gli argomenti degli scettici hanno trovato conferma nelle parole del fondatore del Partito Pirata svedese, che in un’intervista a Wired aveva dichiarato che il “cyber-attivismo da solo non basta“.

Quello che viene rimproverato a chi fa politica sul webscrive Henrik Serup Christensen, su JeDem – è di non volersi impegnare fino in fondo, di non volerci mettere la faccia, di ignorare il gioco di compromessi che la politica del mondo “reale” richiede. Infine, di essere facile preda dei cosiddetti “influencer“, quelli che riescono a coltivare ed espandere la loro reputazione all’interno di una comunità virtuale. Come vedete, fin qui nulla di nuovo rispetto alla politica tradizionale.

Ma come funziona la democrazia digitale? A questo nome vengono spesso associate iniziative diverse: i progetti di e-government, con una partecipazione attiva del cittadino, che con il suo voto può direttamente influire sul destino della politica del suo paese; i progetti di open data, riguardanti la pubblicazione in Rete dei documenti e dell’attività svolta dalle istituzioni o dai rappresentanti politici; i progetti di e-petitions, che non sempre hanno una qualche finalità pratica.

Visto che ancora nessuno Stato sceglie il proprio governo attraverso una votazione online, mi limiterò a una breve panoramica degli esperimenti più interessanti realizzati nell’ultimo periodo. Non solo numeri, ma un’idea di fondo che merita di essere studiata con attenzione. Alla faccia di Grillo, e di quelli che adesso si preparano a tappezzare le città di orrendi manifesti elettorali.

LIQUID FEEDBACK NON L’HA INVENTATO SANTORO, come non è un’esclusiva dei partiti pirata. Si tratta di un software open source, usato per la prima volta con successo dal partito pirata tedesco per l’elaborazione del programma e delle sue attività nelle assemblee in cui i suoi membri sono stati eletti (Land di Berlino, Schleswig-Holstein, Saarland).

Il software rende possibile un periodo preliminare di discussione, dove chiunque sia iscritto può pubblicare, commentare ed elaborare proposte e controproposte. Si passa poi alla votazione, calcolata secondo il metodo Schulze, che determina il vincitore in base ai voti di preferenza raccolti. È prevista la possibilità di delegare il proprio voto a una persona che si ritiene abbia le competenze (e il tempo) che a noi mancano.  C’è da aggiungere che si tratta di programmi che, per la maggior parte delle persone, non si imparano in una giornata.

OPEN MINISTRY.. A BREVE. Tra qualche tempo si comincerà a parlare anche in Italia del finlandese Open Ministry, un altro programma open source che permette di raccogliere 50 mila firme “digitali” per proposte di legge da presentare in Parlamento. Da quest’anno, il parlamento finlandese è obbligato a discutere le proposte di legge popolari. Anche quelle votate su Open Ministry, come stabilito dalla National Security Authority finlandese.

In un Paese come il nostro, dove le proposte di legge di iniziativa popolare se arrivano a sfondare quota 50 mila solitamente restano ignorate dal Parlamento, si tratterebbe di un meccanismo in grado di moltiplicare le forze della società civile. Con quali risultati, tuttavia, non sappiamo ancora.

E-PETITIONS, DODICI FIRME AL MINUTO. Ce ne possiamo fare un’idea guardando le proposte più votate su e-petitions, il sito lanciato dal governo inglese per raccogliere e votare petizioni online. Nel suo primo anno di funzionamento ha raccolto 36 mila petizioni, per un totale di 6,4 milioni di votanti. Le petizioni che superano le 100 mila firme, in un periodo di tempo determinato, si guadagnano la possibilità di essere discusse dal Parlamento.

Al primo posto, una petizione rivolta al Ministero dei Trasporti, per contestare l’affidamento in franchising del trasporto ferroviario della West Coast a una compagnia, considerata dai firmatari la “peggiore” nel servizio passeggeri. 174 mila firme. Al secondo posto, una petizione rivolta al Ministero dell’ambiente per bloccare il piano di abbattimento dei tassi (si parla degli animali, nda). 166 mila firme. Al terzo posto, una petizione rivolta al Tesoro inglese per ridurre il carico fiscale sui mezzi della pubblica assistenza aerea. 153 mila firme, e la petizione è ancora aperta.

LA WIKI-COSTITUZIONE IN ISLANDA. Dopo le primarie online, per il Movimento 5 Stelle arriverà il turno del wiki-programma. Per la prossima volta, Grillo e il suo staff farebbero bene a leggersi la storia della wiki-costituzione islandese. Tutt’ora in elaborazione.

In un Paese distrutto dalla crisi economica, gli abitanti hanno partecipato attivamente alla nascita della nuova Costituzione. Non la votazione, ma il dibattito si è svolto (in parte) online, su un sito appositamente preparato, una pagina Facebook, un account Twitter e un canale Youtube pronti a ricevere i suggerimenti e a mettere in comunicazione cittadini e novelli padri costituenti.

Peccato che  la bozza di questa wiki-costituzione, che doveva riallacciare i rapporti tra politica e cittadini, sia stata votata dal 49% degli elettori. Uno su due dei 225.000 aventi diritto, insomma, anche se aveva attivamente partecipato sul web, non è uscito di casa. Nemmeno per andare a mettere il suo “si” in un referendum che prevedeva altri 5 quesiti chiave per il futuro del Paese.

Il referendum non era vincolante, ma comunque indicativo dello scarto che può prodursi tra partecipazione web e votazioni finali. Una premonizione su quello che potrebbe capitare al programma del Movimento 5 Stelle?

(continua…)

Foto di copertina: (cc) federico_morando/flickr