“Quando verrai a Napoli, ti porterò a fare il giro di Scampia”. Ho strappato questa promessa al mio amico Mario un po’ di tempo fa, durante una delle nostre conversazioni via Skype. Io da una parte del mondo, lui dall’altra. “Ci andiamo in macchina, però. E non scendiamo dall’auto”. Le condizioni sono più o meno favorevoli, una volta insieme sono sicuro che lo convincerò a scendere dall’auto e ad addentarci dentro ai labirinti della Vela Gialla.

Ma perché ti interessa così tanto andarci?“. Già, perché. Per quale motivo dovrei andare nel luogo più ghettizzato d’Italia. Dove oggi (5 dicembre 2012) è stato ucciso un uomo a pochi metri da una scuola dell’infanzia. Il luogo che appare nelle immagini d’archivio dei telegiornali ogni volta che c’è un omicidio di camorra, anche se questo avviene da tutt’altra parte. Quello dove i drogati vanno a terminare le loro ultime ore, e sui muri degli scantinati compaiono scritte inneggianti al divino, tra rottami e macerie vecchie di trent’anni.

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LE MIE BANLIEUE. Forse perché mi sembra di averle già viste altrove. In Francia, a Saint Denis, dove ho abitato alcuni mesi e dove le “cités” sono quanto di più simile vi possa essere alle Vele fuori dall’Italia. In Francia esiste una sorta di mistica celebrativa di questi universi di cemento. Un rapper famoso, Axiom, le descrive come le “torri dei miracoli” (La Tour des Miracles), con un capovolgimento metaforico delle “corti dei miracoli” di  memoria medioevale. Dodici e più piani dove si alternano storie di vita dai quattro angoli del mondo. Chi non vi è nato non sospetta minimamente cosa accada al loro interno. “Noi nella differenza ci siamo cresciuti dentro, non abbiamo bisogno di andare all’altro capo del mondo per vederla“.

Dalle finestre del treno della linea H, con il quale tutti i giorni rientravo a casa, vedevo questi palazzoni spuntare dalla terra come giganti all’orizzonte. Le luci degli appartamenti si accendevano a gruppi di dieci o venti, disegnando murales in movimento sulle pareti oscure. Immaginavo le storie che quelle immense costruzioni nascondevano al loro interno. Facevo mio il loro odio per una società che li aveva dimenticati. Ascoltavo le loro voci attutite dai muri, interpretavo la rabbia di chi era cresciuto al centro di un labirinto per cui non era stata prevista un’uscita.

IL SOGNO DELLE VELE. Le Vele di Scampia e le cités delle banlieue parigini condividono una stessa destinazione ad uso “sociale”. Nei progetti di chi le ha costruite, erano destinate a riprodurre lo schema delle città circostanti. Le Vele, in particolare, erano una proiezione verticale del dedalo di viuzze della città di Napoli. Enormi complessi abitativi, capaci di accogliere al loro interno ogni futuro incremento della popolazione. Erano edifici costruiti per una società che si stava espandendo a vista d’occhio, e che chiedeva nuove abitazioni, adeguate alle sue esigenze. Per una volta nella storia, i poveri hanno potuto superare in altezza e in grandiosità i palazzi dei ricchi.

Franz Di Salvo, l’architetto che vinse il bando della Cassa per il Mezzogiorno per la costruzione di nuove unità abitative popolari nel quartiere di Scampia, è morto prima di assistere al definitivo degrado delle sue opere. I ballatoi esterni, sospesi nel vuoto centrale dei due corpi di fabbrica che compongono ciascuna vela, sembrano ancora dei ponti lanciati tra un’abitazione e l’altra. Il lato Nord che abbraccia il lato Sud, e insieme riescono a restare in piedi per i decenni a venire.

Forse vedendo quello che stava accadendo nelle cités francesi, Di Salvo aveva provato ad “aprire” la prospettiva dei suoi abitanti. Si immaginava le famiglie sedute fuori dalle “unità abitative” del suo maestro Le Corbusier, intente a discutere tra di loro a voce alta, da un terrazzo all’altro. Un luogo dove la solitudine non sarebbe mai entrata e gli abitanti avrebbero costruito forme di mutuo-soccorso e associazionismo che ne avrebbero fatto un modello per gli “esiliati” dell’Italia intera.

Erano i tempi in cui si sperava di forgiare con l’architettura lo spirito degli uomini. Per chiunque voglia scrivere delle Vele di Scampia, è d’obbligo ricordare che il progetto di Di Salvo non fu mai portato a termine completamente. Gli spazi verdi, i luoghi di riunione all’interno delle Vele (ogni sei piani), le sale-giochi per i bambini non furono mai realizzati. Gli ascensori resi inutilizzabili dai furti continui. I due corpi di fabbrica furono avvicinati, dai 10,80 metri originari a 8,42, trasformando l’idea del reciproco sostegno in una specie di abbraccio mortale ravvicinato. Negli anni ’80 la richiesta di alloggi, fattasi ancor più urgente dopo il terremoto, fu “risolta” dal comune di Napoli con l’assegnazione di appartamenti delle Vele non ancora forniti di tutti i servizi elementari.

Per me le Vele non sono da abbattere. Almeno fino a quando tutti i significati che sprigionano dal loro interno non sono stati chiariti e portati alla luce del Sole. Non si possono cancellare con un colpo di dinamite tutto quello che hanno rappresentato per Scampia, e per la storia della nostra società e dell’architettura. Non sono un errore del fato, o un esperimento andato a male. Sono la dimostrazione che non si possono costruire abitazioni all’infinito, senza pensare a quello che ci sta attorno.

PARLANO GLI ABITANTI. E vorrei conoscerli, questi mitici abitanti delle Vele. Vorrei parlare con loro. Raccoglierne le storie e i desideri. Nei seminterrati, dove i drogati cercano la loro ultima pera fra le fondamenta del gigante. Immagino i loro gesti lenti, stanchi, nell’assecondare la pozione infernale che scende nelle vene e dona uno spruzzo di lucidità ulteriore. Quel che basta per leggere o scrivere le invocazioni a Dio che, quasi fossero in una catacomba del nuovo milennio senza profeti, sono tracciate sui muri come monito per chi verrà dopo di loro.

Vorrei conoscere le storie di quelli che hanno abitato le “unità abitative” senza acqua, luce, corrente elettrica. Dei bambini che sono cresciuti sospesi a decine di metri dal suolo, giocando con i detriti di un’opera mai terminata. Degli esuli, rinnegati, disoccupati, afflitti che hanno resistito per anni, mentre attorno a loro la città precipitava nelle mani della camorra. E su, di storia in storia, di ricordo in ricordo, fino al quattordicesimo piano. Dove i poveri hanno battuto i ricchi, nella disperata corsa a chi arriva più in alto. Lassù, dove tutto si perde.

PER APPROFONDIRE:

Le Vele di Scampia a Napoli, ovvero il fallimento dell’utopia, di Enrico Sicignano

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