Nove mesi a Parigi. Sono tornato in Italia, nel paesello che mi ha visto nascere e dove ho abitato per 23 anni su 25. Dopo nove mesi a Parigi, sono tornato al caffè espresso al bar, ai telegiornali in italiano la sera, all’invio giornaliero di curriculum e al tentativo di dare continuità alla mia carriera professionale di giornalista. Che, dopo l’esperienza dentro alla redazione di Cafebabel, ha avuto il suo battesimo del fuoco.

Citizen journalism e prosa di viaggio. Cafebabel è qualcosa di unico e che per lungo tempo resterà ancora inimitabile. L’Europa dei cittadini raccontata dai cittadini, un esperimento dove il giornalismo partecipativo si avvicina – per stile e contenuti – alle forme più classiche della prosa di viaggio o del racconto filosofico. L’archivio di Cafebabel sarà una delle più importanti fonti da cui attingere per ricostruire la vita dei “primi europei” dopo Maastricht.

Il nuovo giornalista. A Parigi ho toccato con mano tutte le potenzialità e i pericoli di questo nuovo mondo che è il web 2.0. Ho capito che lavorare nell’informazione, sulla Rete e per la Rete, può essere una sfida d’avanguardia. Dove le regole sono ancora da mettere in chiaro. E la formula del successo non l’ha ancora scoperta nessuno.

Il “nuovo giornalista” non è più solo colui che sa trovare le notizie, ma anche quello che riesce a scriverle per il supporto digitale. Ho privilegiato quindi uno stile di scrittura più preciso, diretto e scorrevole. Telegrafico, quando si tratta di concentrare un reportage di quattro giorni in seimila battute. Ho cercato di dare agli articoli che pubblicavo più percorsi di lettura, sfruttando grassetti, pull quote e link. Il senso di ogni testo, pensavo, dovrebbe essere scomponibile più volte senza andar mai perduto.

Ora che il mio “schema mentale” si è adattato alla struttura dell’ipertesto, dove ogni parola può essere il centro di infiniti collegamenti, mi riesce difficile la lettura dei quotidiani di carta. Ne scopro tutti i limiti quando voglio – ad esempio – approfondire la storia di un monumento degradato, conoscere quello che si è scritto in passato su un politico messo alla gogna, segnalare un errore o un’imprecisione nell’articolo a beneficio dei lettori. Anche se – devo confessarlo – la domenica mattina, leggevo Le Monde dalla prima all’ultima pagina, come una suora leggerebbe la Bibbia.

Il Web è davvero il nuovo mondo scoperto/inventato dall’uomo. Finita l’era delle grandi esplorazioni geografiche, è cominciata quella delle esplorazioni del sapere dell’uomo e del suo infinito e rapidissimo trasformarsi. I nuovi giornali che nascono direttamente sul web – i cosiddetti pure players – ma anche i giornali tradizionali, sono chiamati a rendere conto dei fatti che avvengo al di qua e al di là dello schermo. E a indagare – questo, secondo me, sarà il destino del giornalismo politico – i rapporti di causa-effetto tra i due mondi. La democrazia digitale, che alcuni paesi stanno già introducendo nei loro ordinamenti giuridici (è il caso di Open Ministry, in Finlandia), da noi è ancora ferma all’uso di Liquid Feedback nel salotto di Santoro, e in alcuni meetup del M5S e del Partito Pirata. Ma non sarà sempre così.

Chi lo sa cosa vogliono i lettori? Ho vissuto fianco a fianco con giornalisti-redattori web di oltre venti paesi diversi. Ho allargato la mia visione del mondo aldilà dei confini nazionali cui la stampa tradizionale e le televisioni spesso ci obbligano, nella vetusta certezza di sapere “cosa vogliono i lettori/spettatori”. E ho visto – per una volta tanto, dal di fuori – gli spaventosi vuoti di informazione, sia su quello che viene deciso a Bruxelles, sia su quello che succede nell’angolo dietro a casa nostra. Ho fatto molta fatica a recuperare il ritardo culturale che avevo accumulato nei miei primi 23 anni trascorsi in Italia. Moltissima.

Quando nascerà, anche in Italia, una stampa che sia davvero europea? Quando potremo finalmente tornare  a vedere aldilà del nostro naso, confrontarci con gli altri paesi fuori e dentro l’Ue senza invidia né senso di superiorità? Quando un giornale web si renderà conto che su Internet le vecchie frontiere non valgono più, e che i lettori hanno spostato il loro centro d’interesse? Tutto ciò avverrà – temo –  quando l’Italia ricomincerà ad avere una voce autorevole sulla scena internazionale.

Il giornalismo, negli ultimi tempi, sembra incapace di anticipare la politica. Di individuare per tempo quelle che saranno le idee di domani. Segue a ruota, invece, gli umori e le dichiarazioni oscure di vecchi personaggi sconfessati dalla loro stessa biografia.

In conclusione… Sono tornato per ragioni personali, ma una parte di me è rimasta al di fuori dai nostri confini. E’ quella parte che non si sente più “italiana”, ma tenacemente europea. Che cosa voglia dire, quali saranno le tensioni a cui sarò sottoposto nei prossimi mesi, lo saprò solo vivendoci dentro.

Da bravo figlio dell’Erasmus, sogno un’Europa unita e dove ogni cittadino europeo sia messo in grado di vivere dove più gli aggrada. A Parigi, ho visto questo sogno farsi meno evanescente. Tornato in Italia, è di nuovo notte profonda.