Ho letto questo romanzo di Brizzi in occasione di una ricerca personale sui pellegrinaggi contemporanei e l’esperienza di questi nell’opera degli scrittori. Brizzi ha compiuto un pellegrinaggio veramente, il che non guasta, sulla via Francigena, e da questo è nata l’idea per il suo romanzo, pubblicato con Mondadori nel 2007. Anche se la maggioranza dei lettori conosce ancora Brizzi per il celeberrimo “Jack Frusciante è uscito dal gruppo”, qui vogliamo scoprire un lato più maturo del Brizzi scrittore, che a molti è ancora sconosciuto.

Incontri lungo la via. La scrittura dell’autore ci accompagna lungo le vicende di un gruppo di amici al valico del Gran San Bernardo, in una lenta salita verso il confine, all’Ospitale per pellegrini. Nel corso del viaggio essi devono condidividere buona parte dei giorni con una presenza inquietante e scomoda, quella del pellegrino Bern, “dalle braccia d’inchiostro”, che cerca a più riprese di inserirsi nella compagnia, di farsene guida, non solo spirituale, non solo per il tempo del cammino, e che non manca di attirare sui quattro i sospetti della polizia svizzera.

L’azione prosegue, in una scrittura limpida e chiara come le mattine in cui si risvegliano i pellegrini, mettendo ciascuno dei protagonisti a confronto con le proprie delusioni, aspettative, paure, fino al crescendo di violenza finale, che qui ci guardiamo bene dal descrivere.

Il pellegrino laico. Che cosa distingue il racconto di Brizzi dalle migliaia di opere che trattano del pellegrinaggio? Inanzitutto, la capacità di non perdere mai un punto di vista “laico” e “rispettoso” di chi la Via l’ha compiuta davvero.

Brizzi prende atto, semplicemente, che le strade su cui ambienta la propria piccola, e fantastica, storia, hanno segnato per sempre la civiltà europea, e non ci prova neppure a ridimensionare il senso di spiritualità che i luoghi attraversati ancora emanano.

Non parla quasi mai della fede religiosa (o dell’atesimo) dei suoi protagonisti, così come non si dilunga sugli aspetti più miserevoli del fanatismo del “pellegrino dalle braccia d’inchiostro”:

L’incontro nel sacro. Brizzi capisce, o ha capito nel corso del viaggio, che la via Francigena non esaurisce il suo significato come percorso verso un luogo sacro (Roma), ma che è essa stessa un percorso “sacro”, speciale, diverso dalle migliaia di itinerari che percorrono l’Europa, e che le sue vie permettono l’incontro e lo scambio tra uomini appartenenti a culture e fedi diverse. Un incontro, quello tra quattro amici apparentemente “normali” e un folle invasato, che solo la “via” rende possibile.

Ricalcavate le orme di viandanti e pellegrini diretti a Sud lungo la via Francigena, chi in cerca di un’opportunità, chi di redenzione. Più che un itinerario preciso, era un sogno antico che solcava da più di mille anni pianure e foreste d’Europa. Se avevi deciso di metterti in marcia lungo un percorso che per tanti aveva rappresentato l’inizio di una vita nuova, era perché nella tua avevi visto succedere qualcosa di buono e inatteso. Ogni uomo capace di riconoscenza, al tuo posto, avrebbe levato il proprio inno di ringraziamento, così avevi deciso di ringraziare alla maniera degli antichi. Strada facendo. Insieme all’amico fotografo sognavate ormai da centinaia di chilometri. Talvolta vi ricordavate di avere sete, o provavate l’impressione che gli spallacci dello zaino volessero segarvi via le braccia, ma la paura che vi aveva fatto tremare le ginocchia all’inizio era solo un ricordo“.

La scoperta dello stigma. In questa prospettiva, è perfetta la scelta di Brizzi di condurre la narrazione alla seconda persona singolare, con il “doppio sguardo” rivolto all’interiorità del protagonista e ai conflitti interni che dividono il gruppo di amici, e che fino alle pagine finali sembreranno solo l’inizio del disfacimento dei rapporti.

Brizzi analizza, in trecento pagine dal ritmo scorrevole e con un architettura sintattica adeguata a un autore ormai quarantenne, l’incontro tra le persone “normali” e chi, invece, è affetto da uno “stigma” sociale, che traspare ad ogni sua azione e che impedisce l’instaurazione di rapporti equilibrati. è questo il senso espresso dall’immagine del corpo “dalle braccia d’inchiostro”, ricoperto di tatuaggi, originariamente impiegati dagli antichi Greci per marcare a vista i reietti.

Ovunque vada, questo pellegrino porta con sé, ben visibili sotto alla camicia, le tracce di un passato difficile e che si frappone tra lui e i suoi interlocutori, condizionando dapprincipio ogni relazione (per chi vuole approfondire questo rapporto fra “stigma” e “normalità”, e tutte le distorsioni operate dalla società, è ancora fondamentale  il libro di Erwing Goffmann, “Stigma – L’identità negata“).