“Il governo delle piattaforme”: italiani e Internet, una relazione conflittuale

In questo articolo:

  • Il libro “Il governo delle piattaforme” di Gabriele Giacomini e Alex Buriani
  • Come gli italiani utilizzano la Rete e come vorrebbero utilizzarla
  • La contrarietà della maggioranza al tracciamento online
  • La scarsa conoscenza e applicabilità del GDPR
  • Le caratteristiche di una conflittualità irrisolta

Alcune ricerche statistiche sono più rilevanti di altre perché hanno la “fortuna” di essere realizzate in un momento di grande cambiamento generale, dove le opinioni e le convinzioni più profonde prendono il posto delle dichiarazioni di comodo e di facciata. È il caso, a mio giudizio, della ricerca realizzata a ottobre 2020 – in pieno periodo pandemico – da Gabriele Giacomini, assegnista di ricerca presso l’Università di Udine e fellow presso il Center for Advanced Studies Southeast Europe di Rijeka, e Alex Buriani, dottore in Scienze Statistiche ed economiche all’Università di Bologna e direttore di ricerca dell’Istituto Ixé di Trieste, una delle principali aziende demoscopiche d’Italia.

Come gli italiani utilizzano la Rete e come vorrebbero utilizzarla (a condizione di avere maggiori possibilità di scelta su dati e anonimato)

L’indagine, confluita nel volume “Il governo delle piattaforme. I media digitali visti dagli italiani” pubblicato da Meltemi Editore, a distanza di quasi quattro anni conserva intatta la sua attualità nella misura in cui essa analizza il complicato rapporto fra gli italiani e il digitale, svelando la ragione di molte delle ansie, paure e incertezze con cui i nostri connazionali affrontano la navigazione in Rete. Ansie, paure e incertezze amplificate da una scarsa conoscenza tanto della tecnologia quanto delle leggi che la regolamentano, soprattutto nel caso dei più giovani, poveri e anziani tra la popolazione, come la ricerca di Buriani e Giacometti si cura di sottolineare. Gli italiani, in sintesi, non si sentono né a loro agio con le tecnologie digitali né tutelati dalle leggi attuali, e l’uso che fanno della Rete sembra essere quanto di più diverso rispetto all’uso che vorrebbero e potrebbero farne.

Questa è una delle conclusioni a cui sono pervenuto dopo la lettura delle 260 pagine di un libro che è tra i pochi ad andare oltre il diffuso allarmismo con cui va di moda, oggi, descrivere il rapporto tra le persone e la tecnologia, per indagare gli usi effettivi che vengono fatti di quest’ultima: usi per lo più a scopi utilitaristici, con oltre sette persone su dieci –  tra quanti sono stati intervistati dagli autori della ricerca – che se ne servono per spedire e ricevere mail, fare acquisti, accedere ai social, e meno della metà che usa la Rete anche per partecipare alla vita sociale e politica del Paese o della comunità in cui vive, con percentuali minime quando si tratta di leggere o scaricare giornali e riviste (39%), prendere parte a comunità virtuali (25%), esprimere opinioni su questioni sociali e politiche (23%), sottoscrivere petizioni (18%) o partecipare a piattaforme di partito (6%).

Eppure, dalla ricerca di Giacomini e Buriani emerge – in controluce – come gli italiani vorrebbero utilizzare la Rete in maniera più diversificata ed evoluta di quanto non facciano ora, a condizione di poter contare su maggiori garanzie, tutele e possibilità di scelta. Anziché limitarsi a chiedere – in jna prospettiva meramente utilitaristica – servizi digitali più economici, efficienti e immediati, le persone intervistate pretendono servizi digitali più rispettosi della privacy individuale, e di essere messe nelle condizioni di comprendere la tecnologia di cui si servono o di cui vorrebbero servirsi. Sette persone su dieci, infatti, vorrebbero avere più diritti per quanto riguarda la possibilità di navigare in maniera anonima, di accedere alla Rete ovunque esse si trovino, nonché di ricevere un’educazione digitale adeguata al livello di sviluppo della tecnologia e di poter cancellare le proprie tracce in ogni momento, con percentuali che superano ampiamente il 90% tra i più giovani.

A rileggere i dati raccolti dai due autori nel 2020, anno della grande “digitalizzazione di massa” a tappe forzate della società, si evince quindi una grande differenza tra l’approccio limitato, utilitaristico, con cui le persone utilizzano la Rete e l‘ambizione di utilizzarla in maniera più diversificata, per scopi che non prevedono un tornaconto immediato, a condizione di poter contare su garanzie di base ritenute non negoziabili. Il diritto a un oblio radicale e all’anonimato, infatti, con l’implicita promessa di poter “svanire” da Internet in ogni momento, riflettono una diffusa e radicata preoccupazione riguardo allo sfruttamento dei propri dati personali: oltre quattro intervistati su cinque sono contrari alla profilazione online, specialmente quando questa ha una finalità commerciale.

Che efficacia hanno le leggi sulla privacy, quando il consenso fornito non è un consenso “informato”?

Il sospetto, che sarebbe utile indagare in una futura ricerca, è che siano proprio i timori relativi alla profilazione digitale quelli che ancora oggi frenano la maggior parte delle persone dall’utilizzare la Rete in maniera più varia ed evoluta di quanto non avvenga ora. Timori e paure che il GDPR non è mai riuscito a eliminare, se si pensa che solo la metà di quanti conoscono il Regolamento Generale sulla protezione dei dati considera quest’ultimo adeguato, e più del 50% delle persone dichiara di non conoscerlo o di conoscerlo solo in parte. Non deve sorprendere, in questo contesto, che la maggioranza delle persone dichiari di non leggere o di leggere parzialmente il contenuto delle informative privacy di siti web, app e oggetti connessi, malgrado la stessa maggioranza esprima forte preoccupazione per il destino dei propri dati in Rete e in percentuale ancora maggiore si dichiari contraria a qualsiasi estrazione e utilizzo dei dati personali (con i giovani che, sempre secondo la ricerca, rappresentano il gruppo più consistente sia tra coloro che vorrebbero più diritti, sia tra coloro che prestano la minore attenzione alle modalità di trattamento dei dati).

Ben il 64% di coloro che frequentano il Web – è una delle conclusioni a cui giungono gli autori del “Governo delle piattaforme – non leggono per nulla le condizioni di utilizzo e le privacy policy di siti e piattaforme, o le leggono solo parzialmente e superficialmente. Se gli italiani “abbassano la guardia” su un tema così importante e che li preoccupa, probabilmente “scaricare” la responsabilità della scelta su individui che si presuppongono erroneamente perfettamente razionali, o sempre consapevoli, non è la strategia più corretta […] Da un lato abbiamo individui che non possiedono le competenze giuridiche, che hanno fretta di accedere alle piattaforme o ai siti web, spinti ad accettare le condizioni di queste ultime per effetto della pressione sociale, dall’altro abbiamo équipe di esperti specializzati nel diritto commerciale e dell’informazione, fra i migliori al mondo, che predispongono le condizioni di utilizzo“.

“Il governo delle piattaforme” non si limita, quindi, a fotografare la situazione attuale, ma lascia intuire una conflittualità irrisolta tra ciò che le persone fanno in Rete e ciò che vorrebbero fare se messe nelle condizioni di sentirsi più sicure, protette, tutelate rispetto a diritti percepiti come fondamentali. L’impossibilità di passare agevolmente dalla massima trasparenza al totale anonimato, la consapevolezza di quanto sia difficile rimuovere le tracce della propria attività digitale, la comprensione dello iato esistente tra le proprie conoscenze e quelle necessarie a utilizzare i servizi più evoluti sono aspetti che tutti coloro che progetteranno le leggi e le tecnologie di domani non potranno più trascurare, se vorranno davvero estendere la platea di coloro che utilizzano il digitale non solo per inviare mail, fare acquisti o accedere ai social da semplici spettatori.

jacopo franchi

Autore

Jacopo Franchi

Mi chiamo Jacopo Franchi, sono nato nel 1987, vivo a Milano, lavoro come social media manager, sono autore del sito che state visitando in questo momento e di due saggi sull’impatto del digitale nelle relazioni tra persone (“Solitudini connesse. Sprofondare nei social media“) e nelle nuove forme di lavoro e di accesso alla conoscenza (“Gli obsoleti. Il lavoro impossibile dei moderatori di contenuti“).

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