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Sharing economy: il prezzo dell’impunità

Una lunga inchiesta di Olivia Carvilie su Bloomberg demolisce il mito della sicurezza del sistema di affitti a breve termine di AirBnb, svelando i retroscena degli accordi di risarcimento pagati alle sempre più numerose persone danneggiate da host e viaggiatori pericolosi.

C’è l’host a San Francisco che è tornato a casa e ha trovato il suo appartamento affittato tramite AirBnb devastato dai suoi ospiti, gli oggetti più cari bruciati, il passaporto, la carta di credito, il computer e i gioielli della madre derubati. C’è l’host a Barcellona che ha fatto ubriacare e poi ha violentato le sue due ospiti, minacciandole di condividere il video sul web se queste ultime avessero chiamato la polizia. C’è la coppia di anziani di New Orleans e ci sono i sei turisti brasiliani, di cui due bambini, morti per intossicazione negli appartamenti affittati sempre su Airbnb. Infine, c’è la storia della ragazza di 29 anni, australiana, violentata la notte di Capodanno in un appartamento di Times Square da una persona che possedeva una copia delle chiavi dell’appartamento stesso. Queste, e molte altre, sono le storie raccolte da una lunga inchiesta pubblicata da Olivia Carville su Bloomberg e che ricostruisce il difficile e non del tutto trasparente lavoro del team di “sicurezza” interno ad AirBnb.

I risarcimenti di AirBnb sono coperti da clausole di riservatezza, che hanno l’obiettivo di acquistare il silenzio delle vittime nei confronti dei media

L’inchiesta originale, lunghissima da leggere, ricostruisce il modo in cui il team di sicurezza di AirBnb (il “trust and safety team“, conosciuto internamente nell’azienda con il termine più inquietante di “black box“) gestisce le possibili crisi reputazionali per la piattaforma di affitti brevi. L’inchiesta, in questo senso, è stata resa possibile dalle testimonianze rilasciate in forma anonima da otto ex-membri del team di sicurezza stesso e da un’altra cinquantina di dipendenti attuali di AirBnb, che oggi vale circa 90 miliardi di dollari e si occupa di mettere in contatto tra loro oltre 5,6 milioni di “host” privati con milioni di viaggiatori in tutto il mondo, dopo gli inizi incerti che tutti conosciamo.

Numeri impressionanti, quelli dell’azienda, che stridono tuttavia con le ridotte e limitate capacità di intervento del team di “sicurezza”: a lavorare per quest’ultimo sarebbero poco più di un centinaio di persone in tutto il mondo, distribuite in diversi centri locali e in maniera non di certo capillare, chiamate a gestire qualcosa come 200 mila segnalazioni di possibili problemi di sicurezza ogni anno (secondo quanto dichiarato dalla stessa azienda, ovvero lo 0,1% di oltre 200 milioni di prenotazioni annuali). Pur chiamandosi di “sicurezza”, è importante qui sottolineare che il team interviene solo dopo che l’effettiva minaccia alla sicurezza di host e viaggiatori è diventata realtà: pagando hotel, voli, servizi sanitari, pranzi, visite psicologiche per le vittime e arrivando fino ad accordarsi per un risarcimento coperto da NDA (fino al 2017) o da clausole di riservatezza che scoraggiano le confessioni pubbliche dei reati.

Quanti sono i reati commessi ogni giorno in un appartamento di AirBnb? Una domanda destinata a rimanere senza risposta, anche se il documento visionato da Bloomberg parla di 50 milioni di dollari all’anno in risarcimenti

La notizia dell’inchiesta di Olivia Carvilie, se così vogliamo chiamarla, è che il risarcimento di ben sette milioni di dollari riconosciuto alla giovane donna australiana da Airbnb dopo lo stupro nell’appartamento di Times Square è venuto alla luce solo oggi, a distanza di sei anni da quando si sono svolti i fatti. Come spesso avviene, nel caso di AirBnb come di altre piattaforme tecnologiche simili che hanno fondato il proprio successo sulla promessa di un altissimo livello di fiducia e sicurezza nelle compravendite tra i propri membri, non è dato oggi sapere quanti siano effettivamente i risarcimenti accordati dall’azienda alle vittime degli “insicuri” appartamenti ammessi sulla piattaforma, così come non è dato sapere l’importo complessivo pagato alle vittime nel corso degli anni.

Il “trust and safety” team, in questo senso, ha svolto fin qui un lavoro importante dal punto di vista dell’obiettivo non dichiarato di acquistare tramite soldi e risarcimenti il prezioso silenzio delle vittime di fronte alla stampa locale e internazionale. Vittime che, ancora oggi, hanno rifiutato direttamente o per il tramite del proprio avvocato di rispondere alle domande della giornalista: eventi di cronaca nera avvenuti negli appartamenti AirBnb sono per questo motivo rari a trovarsi nei media così come nei rapporti della polizia locale, ma le storie raccolte da Bloomberg e le testimonianze degli ex-membri del team di “sicurezza” lasciano supporre che esse siano molte di più di quelle previste finora. Un ulteriore sospetto deriva da un documento riservato, a cui la giornalista ha avuto accesso, dove si riporta la cifra di circa cinquanta milioni di dollari pagati ogni anno per risarcimenti (l’azienda ha dichiarato, tuttavia, che la maggior parte di questi rientrano nel suo abituale programma di assicurazione contro gli eventuali danni subiti nel corso del soggiorno).

AirBnb, gli altri e il prezzo dell’impunità della sharing economy

Quello che ora sappiamo avvenire quotidianamente su AirBnb, oggi sempre più sotto i riflettori dei media dopo la quotazione in Borsa che ne ha raddoppiato il valore, lo stesso avviene su altre piattaforme della sharing economy. La mancanza di dati trasparenti riguardanti gli incidenti che riguardano i loro utilizzatori, l’utilizzo di risarcimenti monetari anche cospicui per ridurre al minimo le crisi reputazionali e le fughe di notizie, e l’ostinata difesa della propria presunta posizione di “neutralità” da parte delle piattaforme stesse non hanno reso fin qui semplice il compito di giornalisti e ricercatori interessati a stimare con esattezza il valore della impunità delle aziende che forniscono questi servizi di massa e di uso ormai quotidiano. Se la giovane vittima dell’appartamento di Times Square ha ritenuto che sette milioni di dollari potessero essere un prezzo sufficiente per la sua riservatezza, tradita solo dal racconto di alcune persone a lei vicine o che sono venute a conoscenza del caso e hanno deciso di parlarne con la giornalista di Bloomberg, la stessa cifra potrebbe essere insufficiente per coloro che un domani sperimenteranno il vero grado di “sicurezza” della piattaforma e delle sue regole di condotta per host e viaggiatori. Al momento, il problema del duplicato delle chiavi non ha ancora trovato una risposta definitiva.

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