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Tra possesso e accesso: i limiti del modello Spotify

A 15 anni dalla nascita Spotify introduce la possibilità per i podcaster, e solo per loro, di monetizzare dalle iscrizioni al proprio “show”, mentre i compensi della maggior parte dei musicisti restano sotto la soglia della dignità e i prezzi degli abbonamenti per utenti e famiglie continuano ad aumentare.

Spotify sta diventando grande, forse fin troppo: ad aprile 2021 la società di streaming musicale ha compiuto i suoi primi 15 anni di età superando la soglia record di 158 milioni di abbonati “premium” in tutto il mondo e annunciando un importante cambiamento nelle possibilità di monetizzazione concesse ai “creator“. Gli autori di podcast negli Stati Uniti, infatti, potranno guadagnare dalla vendita di abbonamenti al proprio “show” un importo variabile tra 2,99, 4,99 e 7,99 dollari al mese, su cui la piattaforma tratterrà il 5% di commissioni a partire dal 2023 (rispetto al 30% di commissione trattenuto oggi da Apple Podcast): resta da capire, tuttavia, fino a che punto gli ascoltatori dei podcast saranno disposti a spendere decine di dollari all’anno oltre all’importo dovuto per l’abbonamento a Spotify Premium, a sua volta in costante aumento.

Abbonarsi a Spotify vuol dire spendere cento euro all’anno per restare senza nulla di concreto e tangibile in mano

La scommessa è comune a molte piattaforme di streaming: spremere ogni anno qualche milione di euro in più dai propri utenti, ora aumentando di qualche euro il costo degli abbonamenti alla piattaforma, ora facendo pagare un extra per contenuti dapprima inclusi “gratuitamente” nell’abbonamento. Spotify, in questo senso, è un esempio di come sia possibile fare entrambe le cose e continuare a godere di un eccezionale favore mediatico: non una parola, infatti, è stata spesa dai media sulla contraddizione derivante dal fatto di chiedere ai propri utenti di pagare un doppio abbonamento (alla piattaforma e al canale) per accedere a contenuti podcast fino a ieri gratuiti, non una parola è stata spesa sul fatto che i musicisti non avranno le stesse possibilità di monetizzazione dei “creator” di podcast, malgrado siano stati i musicisti e non i podcaster a determinare il successo mondiale di Spotify, le cui modalità di retribuzione per gli artisti sono da sempre oggetto di controversie e fortemente sbilanciate nei confronti degli autori più popolari.

Non una parola, infine, è stata spesa fino ad oggi per gli utenti che si vedono addebitati sulla propria carta di credito qualche centinaia di euro ogni anno per l’abbonamento a servizi di streaming divenuti ormai il principale canale di accesso a nuove e vecchie canzoni, nuovi e vecchi film: un modello che ha letteralmente “salvato” intere industrie come quella discografica dalla concorrenza sleale della pirateria, ma che impone oggi alle persone la totale dipendenza da piattaforme che stabiliscono le modalità di accesso a film, canzoni, podcast e libri senza dare alcun diritto di proprietà su questi ultimi. Che cosa resta in mano all’utente medio, dopo che questi ha speso 120 euro all’anno per un piano “Premium” di Spotify, nel momento in cui non dovesse più rinnovare l’abbonamento? Non una delle playlist, non uno dei brani scaricati rimarrebbe nella sua disponibilità: il modello “ad accesso” delle piattaforme prevede un pagamento di durata illimitata anche solo per poter ascoltare la stessa canzone suonata dal medesimo artista, all’infinito.

Possiamo condividere il link di una canzone con tutti, ma non possiamo più regalarla a nessuno in particolare

Nei sogni dei fondatori e investitori di Spotify non vi è infatti alcun limite al numero di abbonamenti aggiuntivi che si potrebbero far pagare agli utenti per iscriversi alla piattaforma, ai canali dei “creator”, ai singoli album o contenuti prodotti da questi ultimi. Ma non è solo una questione di giusto prezzo per gli utenti e di giusto compenso per i musicisti: venendo meno il diritto di proprietà, che prevede il diritto di decidere modi e tempi di fruizione di un particolare contenuto artistico, incluso il diritto di trasmetterlo in eredità, di rivenderlo o di regalarlo ad altri, viene meno anche una parte del legame emotivo che le persone erano solite riservare alla musica, ai film, ai libri, a cui oggi possono solamente “accedere” per un tempo definito e un luogo delimitato a una sola piattaforma digitale. “È un errore tracciare una linea retta tra le cose e le emozioni – scrive Frank Trentmann ne “L’impero delle cose” – il possesso è importante come veicolo di identità personale, memoria ed emozioni. Per il collezionista le cose sono come amici e familiari, non sono materia morta”.

Se nessun libro è “nostro” per sempre, se nessun film fa parte della “nostra” libreria di casa (ma solo di quella di Netflix) e se nessun album e nessuna canzone può essere posseduta definitivamente, diventa difficile instaurare con questo particolare tipo di “oggetti culturali” un legame che vada oltre quello della semplice fruizione del momento: il modello ad accesso di Spotify e delle altre grandi piattaforme digitali non contempla né la possibilità che le canzoni e i libri dei genitori possano passare di mano in mano dai nonni ai nipoti, né che possano far parte dei luoghi in cui le persone trascorrono la propria vita in mancanza dei dispositivi e delle app in cui sono confinate, né che queste stesse canzoni e libri possano essere oggetto di un regalo tra persone volto a rendere memorabile un particolare momento della vita di una coppia o di due amici. Se oggi è possibile condividere con chiunque un link verso qualsiasi canzone, non è più possibile regalare quest’ultima come si è sempre fatto in passato: al massimo, è possibile regalare una gift card per un abbonamento annuale a Spotify Premium, da rinnovare entro la scadenza per non perdere il diritto di ascoltare un brano che si pensava potesse essere “nostro” per sempre.

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