Una riflessione sui risultati della prima ricerca sulla diffusione delle fake news nel nostro continente, realizzata dal Reuters Institute, e il paragone con una ricerca contemporanea dell’Università di Oxford.

Una foto, una persona di colore che parla imbarazzata con il capotreno, un breve commento razzista e si diventa subito famosi: è quello che è successo a Luca Caruso, l’autore del post da 200 mila interazioni che ha fatto discutere l’Italia intera in questa seconda settimana di febbraio 2018.

Al centro della foto un ragazzo di colore, con la sola colpa di non conoscere bene l’italiano e di aver sbagliato il biglietto da mostrare al capotreno. Eppure, la versione (inizialmente) raccontata da Caruso sul suo profilo Facebook, dove la foto è stata pubblicata senza oscurare il volto del ragazzo di colore, è un’altra: il ragazzo ha un Samsung S8, è un richiedente asilo o un rifugiato, fa “finta di dormire” e sta cercando una scusa per continuare a viaggiare gratis.

Prima di venire smentita da una comunicazione ufficiale di Trenitalia, la “notizia” (se tale si può chiamare) ha fatto in tempo a guadagnarsi le prime pagine dei giornali e a raggiungere qualche decina, se non centinaia, di migliaia di persone su Facebook. Nella settimana in cui la versione americana di Wired entra nella Storia mostrando Zuckerberg incerottato in prima pagina, e un giudice tedesco stabilisce il diritto di noi utenti a iscriverci al social network pur utilizzando un nome falso, l’Italia intera si interessa e discute appassionatamente di una banale vicenda di biglietti scambiati su un treno. Grazie a Facebook.

 

La prima ricerca in Europa: le fake news non provengono (solo) dai siti di news

Cos’è una notizia, innanzitutto? Da quando Facebook è diventato uno dei principali canali al mondo in cui la gente si informa, discute, dibatte e si infervora spesso per un nonnulla, come nel caso appena citato, il futuro del giornalismo non è mai stato tanto incerto. Se un tempo i giornalisti erano gli unici professionisti accreditati a scegliere chi e cosa fosse degno di diventare una notizia, e il costo di produzione e diffusione di quest’ultima era accessibile solo a chi fosse stato in grado di sostenere i costi di produzione e diffusione di un giornale di carta, oggi chiunque può creare una notizia con il minimo sforzo e raggiungendo in poche ore il massimo della visibilità. Le “news”, tanto più se “fake” e quindi generate dalla fantasia o dalle semplici supposizioni, non sono mai state così economiche da produrre, distribuire e moltiplicare come da quando il social di Mark Zuckerberg è diventata una delle principali fonti di informazione per le popolazioni dell’Occidente.

Le fake news, infatti, hanno poco o nulla a che vedere con quello che ancora oggi identifichiamo come impresa giornalistica a tutto tondo. Una ricerca del Reuters Institute, la prima in Europa ad indagare approfonditamente il fenomeno delle fake news nel nostro continente, sia pur limitatamente allo scenario francese e italiano, dimostra come i siti riconosciuti come fonte di fake news e disinformazione siano lontani anni luce dalla diffusione e rilevanza dei siti di news tradizionali.

Retenews24.it, meteoweb.eu, direttanews.it, meteogiornale.it, inews24.it tzetze.it, ilprimatonazionale.it, imolaoggi.it, per citare solo alcuni dei più noti siti italiani di fake e junk news (se non la conoscete, qui c’è un articolo che spiega bene la differenza tra le due), in sintesi, non raggiungono tutti insieme le performance di traffico, tempi di lettura e lettori unici dei principali quotidiani italiani online. La distanza si riduce di poco se si considerano le sole interazioni su Facebook .

Le fake news, almeno secondo la ricerca del Reuters Institute, non sono semplicemente quelle che vengono pubblicati dai “siti di fake news” riconosciuti come tali, e non è sufficiente monitorare questi ultimi per limitare la loro diffusione. Come abbiamo visto nel caso di Luca Caruso, basta una foto e una narrazione colorita per guadagnarsi la prima posizione, su Facebook come sui principali media “tradizionali”.

 

La ricerca dell’università di Oxford: il ruolo della politica nella diffusione di fake e junk news

Altrettanto interessanti sono le conclusioni di una ricerca svolta in contemporanea dall’università di Oxford, che ha preso in considerazione le maggiori bufale online pubblicate nei tre mesi precedenti al discorso sullo Stato dell’Unione di Donald Trump. L’indagine, a cura del Computational propaganda project dell’università, rivela come sia su Twitter sia su Facebook siano proprio i supporter del 45° presidente eletto degli Stati Uniti la maggiore cassa di risonanza delle notizie false e fuorvianti, riprese da pagine e siti di estrema destra. La rilevanza dei sostenitori dichiarati di Trump nella diffusione di notizie false supera quella di tutti gli altri account analizzati nel corso della ricerca, provenienti da altri schieramenti politici e ideologici di segno opposto.

Meno scontata è invece la descrizione che delle fake e junk news fanno i ricercatori dell’Università: secondo questi ultimi, una notizia ha maggiori probabilità di risultare falsa quanto più il suo stile è emotivo, ricco di iperboli, accuse rivolte a una persona specifica, e proveniente da un’unica fonte, che spesso si riduce al solo autore, quasi mai riconoscibile. Le fake news, secondo la ricerca di Oxford, provengono da siti che imitano il font, il design e le caratteristiche dei giornali più conosciuti (come la prassi di riportare data, ora e luogo di scrittura), ma sono prive di indicazioni chiare per risalire ai contatti di giornalisti, editori e proprietari della testata stessa.

 

Conclusioni a confronto

Differenze continentali, o punti di vista complementari sullo stesso fenomeno? Da un lato la ricerca del Reuters Institute invita ad esplorare altri canali di produzione e diffusione delle fake news, al di fuori dei siti web più facilmente identificabili: notizie inventate di sana pianta dagli utenti, come nel caso di Luca Caruso, pagine Facebook e account Twitter non direttamente collegati a un sito web e quindi più difficili da individuare collettivamente e misurare, pagine Facebook e account Twitter di importanti personaggi politici nazionali in odor di elezioni.

Dall’altro lato, la ricerca dell’Università di Oxford pone in luce i collegamenti sempre più stretti tra un sottobosco di siti di disinformazione a basso costo e capaci di sfornare decine, quando non centinaia di notizie false o tendenziose ogni giorno, favoriti nella loro diffusione dall’apporto di un numero altrettanto consistente di persone impegnate a fare campagna elettorale per il proprio candidato politico. Gratuità, velocità ed emotività sono le caratteristiche che premiano le fake news in entrambi i modelli, dal punto di vista della loro diffusione e rilevanza.

 

I social network sono i primi a non distinguere tra notizie e opinioni

Le fake news, in conclusione, potrebbero essere un fenomeno che poco ha a che fare con quelli che siamo soliti identificare come notizie, giornali e giornalisti propriamente detti. Inutili o limitati, dunque, sembrerebbero essere quei tentativi di limitarne la portata monitorando le fonti di informazione esterne ai social stessi, e chiedendo agli stessi utenti di segnalarle e censurarle, come sembra essere intenzionata a fare Facebook dopo l’ultimo aggiornamento di algoritmo.

Le notizie false sono solo l’aspetto più visibile dell’incapacità dei social network, voluta o meno, di distinguere tra ciò che è una notizia e ciò che costituisce una semplice opinione: nel momento in cui entrambe assumono gli stessi formati e le stesse modalità di diffusione (un testo, un’immagine, e la pubblicazione che avviene istantaneamente, senza controllo preventivo da parte di altri utenti, senza la possibilità di conoscere con certezza l’identità e le intenzioni dell’autore del post),  anche le differenze che fino ad oggi ci hanno aiutato a distinguere le prime dalle seconde vengono meno. Come ricordato dallo stesso Wired nell’inchiesta dedicata a Facebook, i responsabili del social network non si sono mai posti veramente il problema di distinguere un fatto di cronaca da un contenuto di satira o un’opinione, scegliendo la più comoda, ma anche più ambigua, definizione di “platform for all ideas” (e non è un caso che siti di satira fondati espressamente su una parodia delle notizie stesse, come Lercio, abbiano conosciuto una nuova giovinezza grazie a Facebook).

Ed è così che l’opinione di un passeggero razzista viene vista come una notizia, al punto da dover essere smentita dalla stessa Trenitalia, mentre le notizie cercate e verificate possono essere screditate come “opinioni” che riflettono solo la visione di una parte della popolazione rispetto all’altra, anche quando queste ultime sono condivise sui social da testate e personaggi autorevoli. Non sconfiggeremo le fake news solo con il fact-checking, le segnalazioni a Facebook e la buona volontà: piuttosto, sarebbe forse il caso di chiederci se, alla nostra veneranda età di persone adulte e consenzienti, possiamo sostenere la fatica di andare a cercarci le notizie da soli, consapevoli ormai che nessun algoritmo riuscirà a soddisfare il nostro bisogno di informazione e conoscenza. Il rischio è quello di credere di stare viaggiando a tutta velocità, quando invece il nostro treno non si è mai mosso dai binari.