“Ancora una volta, il genio della tecnologia è uscito dalla bottiglia” esordisce così Blockchain Revolution. Un’opera completa e ricca di spunti di riflessione, che tuttavia pone alcuni fondamentali interrogativi per chi tutt’ora sta lavorando per l’implementazione della tecnologia blockchain in ogni aspetto della vita umana.

Quale futuro per Bitcoin non scalabile? Se non altro per realizzare la promessa iniziale contenuta nel paper di Satoshi Nakamoto di creare un sistema peer-to-peer per favorire l’espansione indefinita del commercio attraverso Internet. In questo momento, tuttavia, Bitcoin non è in grado di processare più di 7 transazioni per secondo per i blocchi con un limite di 1 megabyte, a fronte delle 47.000 tps dichiarate dal network Visa. L’ultima prova di questo limite si è avuta all’inizio di febbraio, quando transazioni per oltre 900.000 bitcoin sono rimaste bloccate per ore in attesa di essere convalidate. Aumentare il volume dei blocchi, tuttavia, secondo gli autori del progetto Lightning Network, potrebbe ridurre ulteriormente il numero di coloro che possiedono i computer necessari a validarli, ricreando all’interno di Bitcoin una centralizzazione de facto da parte dei miners. Altre soluzioni al problema, come Bitcoin XT e Bitcoin Classic, sembrano per ora essere arrivate a un punto morto, mentre di particolare interesse, secondo cryptocoinnews, è in questo momento Bitcoin Unlimited.

Quale futuro per la blockchain senza i bitcoin? Molto probabilmente, nessuno. Secondo Ferdinando Ametrano, intervistato da Startupitalia!, senza un incentivo economico dipendente dalla presenza di un asset digitale nativo sulla blockchain è impossibile garantire l’onestà dei nodi della rete: “la blockchain in sé è solo una struttura dati poco flessibile […] Il consenso distribuito in rete è un problema di computer science sostanzialmente irrisolvibile; Nakamoto lo risolve con un escamotage da teoria dei giochi: un incentivo economico affinché i nodi della rete siano onesti […] È invece un grande bluff parlare di “registro condiviso” senza spiegare come si raggiunge il consenso”.

Fino a che punto è giusto ricordare? Nell’era di Internet l’umanità si confronta per la prima volta nella sua storia con la possibilità di una memoria esterna immateriale ed eterna. Tuttavia, anche un fatto banale come il venir meno del rinnovo di un dominio comportano che buona parte delle informazioni pubblicate oggi sul web potrebbero scomparire e non essere mai più recuperate. La blockchain, al contrario, si presenta come un registro immodificabile e potenzialmente inesauribile di ogni attività sociale, non necessariamente di tipo economico. Ma chi avrà ancora il coraggio di sbagliare, se i suoi errori – pur compiuti in buona fede – verranno tramandati in eterno? E in che misura le informazioni registrate sulla blockchain rispecchieranno la verità di quanto accaduto?

Come si misura l’onestà di un’impresa disruptive? Chi sbaglia, paga. E chi si macchia di comportamenti criminali, truffaldini, o più semplicemente non soddisfa le attese della sua controparte dovrebbe essere penalizzato o marginalizzato, in un sistema come quello della blockchain costruito per rendere possibile la fiducia tra più parti che non si conoscono vicendevolmente. Grazie alla blockchain,  scrive Tapscott in Blockchain Revolution, “l’onestà non è solo una questione etica, ma economica”: essere onesti verso la propria controparte è condizione essenziale per rimanere all’interno di qualunque sistema di scambi basato su una blockchain. Ma quali criteri, al giorno d’oggi, possono misurare in maniera univoca l’onestà di una persona o di un ente in un contesto in rapido mutamento, dove le leggi non contemplano tutte le possibili evoluzioni del business e perfino una BlaBlaCar può essere accusata di concorrenza sleale da parte della lobby spagnola di trasporto pubblico locale, salvo poi essere assolta da un giudice? Come si misura l’onestà di un operatore, quando esso agisce in maniera  apparentemente “disonesta” verso il resto della filiera ma con un beneficio reale per i consumatori?

Quale legittimazione in futuro per banche centrali e Stati deprivati di una moneta locale?La moneta non è semplicemente un simbolo, ma un emblema istituito per una comunità in nome di un’istanza di sovranità. Nessuna moneta, a nessuna livello genera automaticamente una comunità. Piuttosto, l’istituzione monetaria presuppone sempre una comunità per la quale avere luogo” scrive Massimo Amato nel saggio “L’enigma della moneta e l’inizio dell’economia”. Nel momento in cui la blockchain rende possibile l’istituzione di una moneta per l’intera comunità umana (o, per dirla con Antonopulos, “non una moneta, ma un modello network-centric per la registrazione della proprietà e la fiducia“), quale ruolo e quale legittimazione possono esserci ancora per le banche centrali e, di conseguenza, per le istituzioni come gli Stati o l’Unione Europea che – pur non creando moneta – dall’emblema monetario traggono una parte della propria legittimazione?