L’impronta ecologica del digitale è una questione in gran parte ancora aperta

Una riflessione stimolata dalla lettura del libro “Inferno digitale. Perché Internet, smartphone e social network stanno distruggendo il nostro pianeta”, del giornalista e documentarista francese Guillaume Pitron, sull’impronta ecologica dell’industria digitale e le contraddizioni insite nei movimenti ambientalisti che di questa industria si servono per veicolare i propri messaggi e aggregare i propri membri su scala globale.

Non capita spesso di imbattersi nelle opere di autori di cui si condividono le premesse e alcuni passaggi chiave, ma non le conclusioni nè tantomeno il modo di arrivare a queste ultime. Personalmente, ho provato una sensazione simile leggendo il libro di Guillaume Pitron, “Inferno digitale. Perché internet, smartphone e social network stanno distruggendo il nostro pianeta” (tradotto in italiano da Luiss University Press nel 2022, titolo originale “L’enfer numerique. Voyage au bout d’un Like“), una appassionata e documentata inchiesta sui costi energetici e ambientali dei servizi digitali compiuta dall’autore nel pieno dell’anno pandemico, dalle miniere di grafite nello Heilongjiang cinese agli anonimi edifici che ospitano i datacenter nella periferia di Amsterdam, dalla spiaggia di Saint-Gliess-Croix-de-Vie in Francia dove fuoriesce dal mare il secondo cavo Internet internazionale di proprietà di Google al centro di produzione di microchip nel Laboratorio di elettronica e tecnologia dell’informazione ubicato nei pressi di Grenoble.

Il costo energetico e climatico dell’industria digitale, da qui al 2025

“Inferno digitale” non è il primo libro a indagare l’aspetto più propriamente materiale della Rete – tra i più degni predecessori merita una menzione speciale “Tubi. Viaggio al centro di Internet” di Andrew Bloom, tradotto in italiano nel 2021 da Minimum Fax – ma è sicuramente uno dei primi e di maggior successo nel denunciare l’impatto ambientale dell’intera filiera dell’industria digitale, dai social media alle aziende estrattive di materie prime con cui vengono prodotti gli smartphone. Secondo i dati citati da Pitron l’industria digitale mondiale avrebbe oggi un’impronta ecologica pari a tre volte quella di un Paese come la Francia e l’Inghilterra, con un consumo pari al 10% dell’elettricità prodotta al mondo e una produzione pari al 4% delle emissioni globali di CO2. In particolare, l’autore si sofferma su come i nativi digitali con il loro crescente interesse per la tutela dell’ambiente e del clima sembrino destinati a diventare i “principali attori del raddoppiamento del consumo di elettricità e delle emissioni di gas a effetto serra del settore digitale” previsto per l’ormai prossimo 2025.

A fronte di una crescita dei consumi elettrici oscillante tra i cinque e sette punti percentuali ogni anno, l’impatto dell’industria digitale sul totale del fabbisogno energetico globale potrebbe quindi raggiungere il 20% da qui ai prossimi tre anni. L’inquinamento e i consumi prodotti dal settore, definito da una delle fonti consultate dall’autore come “un angolo cieco del pensiero politico a livello europeo“, sembrano quindi porsi in contraddizione con la tendenza in atto in tutto il mondo di impegnare risorse e strumenti crescenti nella digitalizzazione di ogni prodotto e servizio, nell’ottica di una maggiore sostenibilità, riduzione dei consumi e dell’impronta ecologica delle attività umane sul pianeta Terra. Voraci di materie prime rare, di corrente elettrica e di spazi dedicati dove installare i propri gargantueschi datacenter, le grandi aziende digitali e i produttori di dispositivi progettati per connettersi alla Rete come computer, smartphone e oggetti di uso domestico e industriale potrebbero quindi diventare nel giro di pochi anni il corrispettivo nel XXI secolo delle tanto esecrate industrie inquinanti dei secoli precedenti, con buona pace di chi ha puntato su di esse per realizzare un mondo più equo, sostenibile e “green“.

Un momento di passaggio che dati e ricerche faticano ancora a documentare con precisione, ma che potrebbe riservare ben più di una sorpresa in senso positivo

Non mancano, tuttavia, nel libro di Guillaume Pitron molti aspetti chiave che non vengono indagati per mancanza di tempo, di informazioni in proposito o per un’implicita volontà dell’autore. Non viene riportato, infatti, il risparmio generato dall’uso di tecnologie digitali su altre materie prime per eccellenza (come, ad esempio, il legno utilizzato per realizzare la carta conservata negli archivi oggi sempre più sostituibili da documenti elettronici) né quale potrebbe essere il risparmio generato da forme di lavoro e di intrattenimento a distanza rispetto agli inquinamenti generati dai trasporti quotidiani di milioni di persone da e verso il luogo di lavoro. Manca, nell’inferno digitale così crudemente descritto dall’autore, qualsiasi approfondimento sulla sostituzione in atto di vecchi modi di vivere e di lavorare con modelli e stili di vita più sostenibili se non sempre e in senso assoluto, per lo meno in alcuni casi e da un punto di vista relativo. Mancano i dati, manca ancora il tempo per poter misurare in maniera credibile e sistematica le conseguenze di questo cambiamento epocale sulle abitudini, i consumi, il modo di fruire certi prodotti e servizi e di concepire gli stessi come necessari e irrinunciabili.

Senza voler sminuire l’importanza dell’attività di sensibilizzazione portata avanti dall’autore, che ha il merito di portare all’attenzione globale (o, perlomeno, di chi leggerà il suo libro) alcuni interventi distruttivi nei confronti dell’ambiente per ospitare macchine e attività estrattive legate in qualche modo alla Rete, nondimeno resta il dubbio che senza le tecnologie digitali oggi consumeremmo forse di più, e in misura molto meno trasparente e consapevole rispetto al livello raggiunto dalla società contemporanea, perlomeno occidentale. Non credo che sia ancora arrivato il momento di poter aspirare a risposte definitive su quale sia l’impatto ecologico delle nuove tecnologie digitali, e quale sia invece il minor impatto generato dalle vecchie tecnologie e industrie che queste ultime ambiscono a sostituire: non ha aiutato l’autore, in questo senso, il fatto di aver compiuto la propria ricerca in un anno come il 2020, che ha segnato un irreversibile cambio di passo dall’era in cui l’esperienza quotidiana di Internet era per lo più legata a momenti di intrattenimento e di evasione a un’era in cui Internet è diventato sempre più presente nel lavoro e nella vita quotidiana, dallo smart working alla didattica a distanza.

Quanto sono davvero green gli attivisti digitali, e quanto sono green i movimenti per il clima che nascono e si riproducono online?

Una domanda di fondo, tuttavia, rimane anche dopo aver concluso la lettura, ed è quella riguardante la palese contraddizione tra gli ideali e le rivendicazioni delle generazioni più giovani nei confronti dell’ambiente e l’uso a tratti smodato che queste ultime fanno di dispositivi e strumenti connessi alla Rete. Non è possibile chiudere l’ultima pagina del libro di Guillaume Pitron senza chiedersi se le generazioni più “green” della storia del Pianeta non siano anche quelle meno consapevoli di quanto la propria impronta ecologica sia determinata in misura crescente proprio da quegli strumenti e servizi che essi ritengono, a torto, del tutto dematerializzati: dai social media alle app di messaggistica istantanea, dai fornitori di servizi di streaming a quelli di servizi di car sharing, il cui impatto sull’ambiente è lungi dall’essere qualcosa di assolutamente trascurabile.

Quanto sono green, davvero, gli attivisti digitali? Quanta consapevolezza esiste oggi, nei più affermati movimenti per il clima e l’ambiente e nei giovani che questi movimenti supportano, di quale sia l’impatto dei loro comportamenti online su località poste magari a migliaia di chilometri di distanza, dove la grafite per le batterie degli smartphone viene estratta senza sosta e datacenter sempre più grandi vengono costruiti per soddisfare il loro bisogno di documentare e condividere ogni cosa in Rete? La risposta non si trova nel libro di Pitron, malgrado la domanda sia pertinente alla sua inchiesta: il sospetto, anche in questo caso, è che l’utilizzo del digitale da parte delle nuove generazioni possa rivelarsi al momento più sostenibile delle alternative utilizzate dalle generazioni che li hanno preceduti, ma che questo vantaggio possa rivelarsi nel corso del tempo niente affatto garantito.

Portare alla luce anche il lato meno visibile della Rete, istruire i più giovani sull’esistenza di una infrastruttura materiale che ogni giorno consuma energia elettrica in grande quantità ed emette sostanze inquinanti per consentire loro di condividere e archiviare informazioni entro limiti molto più ampi delle generazioni precedenti, educarli ad andare oltre la superficie mediata dagli schermi per approfondire il funzionamento di algoritmi, datacenter, cloud e servizi connessi alla Rete può essere in questo contesto il modo migliore per allontanare le “fiamme” di un ipotetico inferno digitale: quello in cui la soluzione dovesse rivelarsi peggio della cura, con consumi ed emissioni crescenti in nome di un presunto diritto a un utilizzo illimitato delle risorse della Terra e della Rete, come il libro di Pitron lascia presagire senza però avere ancora né i numeri, né la certezza di poterlo dimostrare.

Foto di copertina: jesse orrico/Unsplash

jacopo franchi

Autore

Jacopo Franchi

Mi chiamo Jacopo Franchi, sono nato nel 1987, vivo a Milano, lavoro come social media manager, sono autore del sito che state visitando in questo momento e di due saggi sull’impatto del digitale nelle relazioni tra persone (“Solitudini connesse. Sprofondare nei social media“) e nelle nuove forme di lavoro e di accesso alla conoscenza (“Gli obsoleti. Il lavoro impossibile dei moderatori di contenuti“).

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