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“An Ugly Truth”: quel che resta ancora da scoprire su Facebook

Il libro delle giornaliste del New York Times Sheera Frenkel e Cecilia Kang dimostra come la strategia dell’azienda sia stata da sempre quella di anteporre il profitto al benessere degli utenti e come siano ancora tante le “scomode verità” da scoprire al suo interno, dallo spionaggio degli utenti alla moderazione di contenuti.

“La presunta missione dell’azienda è quella di far progredire la società favorendo la connessione tra gli individui e allo stesso tempo trarre profitto da questi ultimi: questo è il dilemma di Facebook e la sua ‘ugly truth””: così si legge nelle pagine finali del libro “An Ugly Truthdelle giornaliste del New York Times Sheera Frenkel e Cecilia Kang, esito di un lungo lavoro di inchiesta basato su “oltre 1.000 ore di interviste con più di 400 persone” tra dirigenti ed ex-dirigenti di Facebook, impiegati ed ex-dipendenti dell’azienda, consulenti, investitori, avvocati e attivisti digitali, per lo più citati in forma anonima nel libro.

Da sempre la strategia di comunicazione di Facebook è quella di negare la realtà: da Cambridge Analytica alla ricerca sui disturbi psicologici legati all’utilizzo di Instagram nelle adolescenti

An Ugly Truth”, la cui traduzione italiana è uscita questa settimana per Einaudi con il titolo “Facebook: l’inchiesta finale“, non aggiunge in realtà granché a quanto già si conosceva in merito ai grandi scandali che hanno riguardato l’azienda nei suoi primi diciassette anni di esistenza: semmai, ha il merito di dimostrare una volta per tutte come la strategia di Facebook di fronte alle “brutte, scomode veritàsia da sempre stata quella di negare fermamente queste ultime, minimizzarle o occultarle senza curarsi troppo della salute e della sicurezza dei suoi utenti, fino a quando esse non sono diventate di dominio pubblico grazie al lavoro di giornalisti e attivisti.

È stato così per le interferenze russe in occasione della campagna per le elezioni americane del 2016, scoperte dal team di sicurezza ma accuratamente censurate nelle comunicazioni verso l’esterno (nel white paper pubblicato ad aprile 2017 “la parola Russia era stata censurata” più volte, si legge a pagina 126 di “An Ugly Truth”); è stato così per Cambridge Analytica, i cui abusi erano stati scoperti da Facebook “fin dal dicembre del 2015” ma senza che questo si traducesse in alcun tipo di allarme verso i diretti interessati; ed è stato così anche quando una ricerca interna ha dimostrato le pesantissime conseguenze psicologiche di Instagram per la salute di adolescenti e giovanissime, scoperta solo grazie a un’inchiesta del Wall Street Journal.

Non a caso, la quarta di copertina di “An Ugly Truth” riporta una serie di scuse, giustificazioni e vane promesse fatte da Mark Zuckerberg e della sua fedele vice Sheryl Sandberg dal 2006 a oggi (“Calmatevi, respirate, vi ascoltiamo”; “Chiedo perdono e lavorerò per fare meglio”; “Dobbiamo fare di meglio”; “è stato un errore, sono spiacente”) e che suonano come il vero leit-motiv di tutta la storia dell’azienda così come è stata ricostruita dalle due giornaliste del New York Times. Una storia di omissioni, false e mezze verità, promesse non mantenute e azioni compiute per perseguire obiettivi di crescita e profitto danneggiando volutamente, in alcuni casi, gli utenti stessi. Una storia, in ogni caso, che non sembra essere destinata a concludersi a breve: chi ha sbagliato è ancora in carica, chi ha provato a opporsi è stato messo a tacere o licenziato.

Le brutte verità che restano ancora da scoprire: l’accesso illimitato ai dati di qualsiasi utente a discapito di ogni tutela basilare della privacy, gli aggiornamenti di algoritmo non comunicati

Meno scontate sono le “brutte verità” che di tanto in tanto emergono tra le pagine del libro – che tuttavia le due autrici non approfondiscono come sarebbe lecito aspettarsi – e che potrebbero essere oggetto di nuovi scandali, inchieste e ostinate smentite da parte dell’azienda da qui ai prossimi anni. Tra queste, mi ha colpito molto quella riferita alla possibilità accordata ai dipendenti dell’azienda di accedere alle informazioni personali di qualsiasi utente di Facebook, Instagram e probabilmente WhatsApp, senza alcuna forma di controllo preliminare né di avviso per l’utente che viene esaminato. I casi, riportati nel libro, sono pochi ma non per questo meno gravi: un ingegnere che consulta i dati di una donna che aveva conosciuto pochi mesi prima, un altro che spia il profilo della sua ex compagna che lo aveva lasciato durante una vacanza, un altro ancora che consulta in segreto i dati di una persona prima di un appuntamento informale.

Secondo i dati riportati nel libro sarebbero stati oltre cinquanta i dipendenti di Facebook licenziati in poco più di un anno per aver abusato della possibilità di accedere ai dati degli utenti: e tutti gli altri? Fino a che punto un dipendente di Facebook può avere accesso a dati sensibili riguardanti gli utenti senza alcuna giustificazione professionale e senza alcuna forma di controllo interno? E, anche quando la giustificazione è presente, quali sono le regole che limitano questa intrusione nella vita privata degli individui connessi alla piattaforma, e perché questi ultimi non vengono in alcun modo avvisati dell’avvenuta intromissione? Secondo “An Ugly Truth”, sarebbero oltre quindicimila i dipendenti di Facebook (pagina 10 del libro) ad avere accesso completo ai dati privati degli utenti senza dover richiedere alcun tipo di permesso né ai propri superiori, né tantomeno agli utenti stessi, ancora oggi convinti che l’unica forma di sorveglianza sia quella operata dagli algoritmi di profilazione.

Purtroppo per i traduttori di Einaudi, quella di Sheera Frenkel e Cecilia Kang non potrà mai essere davvero “l’inchiesta finale” su Facebook: tantissimo resta ancora da scoprire sugli abusi di un’azienda che ancora oggi viene lasciata libera di modificare i propri algoritmi per favorire ora i contenuti degli utenti, ora i contenuti dei media più noti (pagina 285 del libro), di modificare a piacimento la propria policy ora per lasciare libertà di espressione ai negazionisti dell’Olocausto, ora per censurarli come richiesto da anni dai media e dalle associazioni di tutto il mondo (pagina 277), di operare in Paesi a rischio come la Birmania ora disponendo di un solo moderatore di contenuti in lingua locale, ora di centinaia di moderatori dopo anni di distanza dallo scoppio delle violenze contro la minoranza musulmana (pagina 170). La speranza, mai come oggi così affievolita, è che le prossime “scuse” pubbliche siano le ultime senza conseguenze penali per i colpevoli.

“An Ugly Truth” (The Bridge Street Press, 2021) è stato tradotto in Italia da Einaudi con il titolo “Facebook: l’inchiesta finale”

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