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Diseducazione digitale per la scuola del futuro

L’introduzione del digitale nel percorso formativo di bambini e adolescenti non può limitarsi a una serie di nozioni tecniche o consigli paternalistici: educare al digitale vuol dire anche stimolare i giovani a resistere all’automazione imposta dalle piattaforme digitali e dai loro algoritmi per intraprendere nuovi percorsi di senso e creatività.

L’ultimo, in ordine di tempo, è stato Instagram: il social media che contende a TikTok, YouTube e Snapchat l’attenzione di giovani e giovanissimi ha riconosciuto pubblicamente l’esistenza di più di un grave problema tra i suoi utenti minorenni. Molestie sessuali da parte degli adulti, violazioni della privacy di persone non maggiorenni, ricadute sul benessere psicologico e violazioni delle sue stesse regole di iscrizione: a tutto questo, e molto di più, Instagram intende rispondere con una serie di aggiornamenti annunciati pochi giorni fa e la cui efficacia sarà tutta da dimostrare. Tra le novità, si segnala l’obbligo per gli utenti che hanno meno di 16 anni di età di passare a un profilo in modalità “privata”, seppur in maniera reversibile, le restrizioni imposte in automatico agli account di adulti segnalati e bloccati da altri minorenni, le limitazioni ad alcuni tipi di inserzioni che hanno come obiettivo utenti giovanissimi oltre alla solita, generica promessa di utilizzare l’intelligenza artificiale per impedire ai bambini di 13 anni di iscriversi alla piattaforma (sulla falsariga di quanto annunciato da TikTok alcuni mesi fa, ma solo dopo aver rischiato il blocco del servizio da parte del Garante della Privacy). Il tutto, senza alcun tipo di trasparenza e condivisione di dati e ricerche interne utili a capire l’entità del pericolo che riguarda i minori di età.

Un bambino su cinque non riceve alcuna risposta alle segnalazioni di pericolo su piattaforme digitali, uno su tre la riceve dopo sette giorni

Misurare il rischio reale che bambini e adolescenti corrono quando utilizzano le piattaforme digitali non è mai stato semplice, a causa del persistente e ostinato rifiuto delle aziende tecnologiche di condividere l’accesso ai dati sulla moderazione interna di contenuti con ricercatori e giornalisti. Secondo uno studio della ONG Thorn, pubblicato a maggio 2021, l’utilizzo dei social media da parte dei bambini sarebbe comunque molto più elevato rispetto alle stime più pessimistiche (il 40% degli under 13 userebbe TikTok, Facebook, Instagram, Snapchat, il 78% userebbe quotidianamente YouTube). Lo stesso studio, inoltre, svela come i bambini e gli adolescenti facciano quotidianamente esperienza di aggressioni e molestie sessuali da parte di adulti sui social media. Adulti verso cui gli strumenti tradizionali di “difesa” – come il blocco o le segnalazioni ai moderatori – si sono rivelati del tutto inefficaci: un minore su cinque ha ammesso di non aver mai ricevuto alcun tipo di assistenza dopo aver inviato alle piattaforme una segnalazione di pericolo, uno su tre ha dichiarato di aver ricevuto risposta solo dopo sette giorni. Non conosciamo l’esito finale delle segnalazioni, non sappiamo nulla di quello che accade dopo che queste sono state ricevute dai moderatori di contenuti. In questo contesto, il fatto che Instagram, nel 2021, abbia deciso di bloccare gli account di adulti segnalati dai bambini è da leggersi come la spia di un problema sempre più grave.

Un bambino su dieci ha ricevuto attenzioni non desiderate su Instagram e TikTok (dati Thorn)

Le giravolte continue di Instagram, e delle altre piattaforme digitali, su come migliorare il benessere e la sicurezza dei propri utenti più fragili

A fronte dei ritardi, delle mancanze e delle omissioni con cui molte piattaforme digitali affrontano i rischi a cui vanno incontro i loro utenti più giovani – solitamente, negando il problema fino a quando esso non rischia di compromettere la reputazione aziendale – diventa oggi sempre più urgente sviluppare forme di educazione al digitale che vadano al di là del semplice accumulo di nozioni sulle tecnologie esistenti e di consigli paternalistici sul “corretto utilizzo” di queste ultime. Dopo anni di inutili attese, promesse non mantenute e innovazioni non di rado fallimentari – basti pensare alle giravolte dello stesso Instagram sulla visibilità dei “like”: dapprima rimossi per tutelare il benessere dei più giovani (ma solo nella versione mobile), poi riammessi ma con la possibilità di nasconderli a seconda dei casi, in maniera del tutto incoerente rispetto a quanto dichiarato in passato – è venuto il momento di riconoscere che un “corretto utilizzo” delle tecnologie digitali non esiste e probabilmente non esisterà mai. Sono troppi diversi i contesti, gli obiettivi e le condizioni di partenza con cui milioni di bambini e adolescenti si approcciano a tecnologie che sono state pensate con l’unico scopo di catturare quanto più possibile la loro attenzione a prescindere da qualsiasi reale e comprovato beneficio per l’individuo: educare al digitale vuol dire, semmai, suggerire un approccio alla tecnologia che sia alternativo rispetto a quelli più diffusi e consolidati.

Diseducazione digitale contro l’abitudine innata all’automazione, in attesa che la politica degli algoritmi esca dalla fase di immaturità

Un ipotetico corso di diseducazione digitale, in questo senso, dovrebbe fornire ai bambini e agli adolescenti le conoscenze utili a mettere in discussione lo strumento sul quale i loro coetanei di tutto il mondo fanno maggiore affidamento: l’algoritmo che regola il flusso di notizie delle loro homepage di Facebook, Instagram, TikTok, che risponde con celerità alle loro ricerche su Google, che determina la visibilità dei loro stessi contenuti, post e stories, e che li pone nella sgradevole condizione di ricevere attenzioni indesiderate a causa della diffusione incontrollata di questi contenuti nei flussi di notizie altrui. Più che inseguire il miraggio di una esistenza più felice conseguente alla rinuncia allo smartphone in nome del sacro rito della conversazione orale, come sostenuto in passato da studiosi come Sherry Turkle, o educare i giovani a pubblicare determinati contenuti e seguire specifiche strategie per “ottimizzare” la propria presenza online, la diseducazione digitale dovrebbe mettere in discussione abitudini e comportamenti dati per scontati e necessari nell’utilizzo delle nuove tecnologie: mentre gli adulti cominciano solo ora a discutere di politica dell’automazione i giovani potrebbero imparare l’arte di rendersi indipendenti da quest’ultima, o perlomeno a mettere costantemente in discussione le tecnologie che la rendono possibile.

Interrogativi di base per mettere in discussione l’esistente, portando alla luce il lavoro sommerso di moderatori e operai “del clic”

Come fanno gli algoritmi a selezionare i contenuti per gli utenti delle piattaforme digitali, siano esse social media, motori di ricerca o siti web di e-commerce? Qual è il numero minimo di “amicizie”, follower, pagine, gruppi e canali al di sotto del quale l’intervento di un algoritmo inizia a essere irrilevante? Qual è il rapporto tra algoritmi dei social media e moderatori di contenuti, tra algoritmi dei motori di ricerca e “quality rater” dei siti web? Che cosa succede se si passa dal flusso di notizie algoritmico al flusso di notizie cronologico? Qual è il rapporto tra numero di follower e visibilità di una persona, di una pagina, di un contenuto particolare? E che cosa succederebbe se anziché aspettare che l’algoritmo compia la scelta al posto dell’utente quest’ultimo decidesse di visitare uno per uno i profili, le pagine e gli account di interesse? Se anziché servirsi di un motore di ricerca che offre contenuti “personalizzati” si utilizzasse un motore che non raccoglie dati sulla navigazione? Queste e altre domande non hanno una soluzione definitiva per tutti, e difficilmente le risposte potrebbero essere apprese in maniera esauriente da bambini o adolescenti, ma si tratta di interrogativi di base utili a mettere in discussione l’assoluta necessità degli algoritmi nell’accesso al mondo digitale da parte di chi si trova immerso in quest’ultimo fin dai suoi primissimi anni di vita, e che ha conosciuto solo in misura minore la possibilità di una alternativa tra intermediari umani e automatici.

L’educazione al digitale non si riduce alla conoscenza specialistica degli strumenti, né al perseguimento di modelli di successo irraggiungibili

Diseducare al digitale, in questo senso, è il primo passo verso un’educazione digitale all’altezza delle sfide contemporanee, non appiattita sul presente delle odierne tecnologie, non asservita agli interessi di quelle aziende che riforniscono gratuitamente o a prezzi scontati le scuole dell’obbligo di dispositivi e software di apprendimento, non vincolata alle probabilità di occupazione che la conoscenza di determinati strumenti in luogo di altri promette (salvo poi diventare rapidamente obsoleta a pochi anni dalla fine del percorso di studi), non confinata alle sole aule di informatica o tecnologia. Dopo anni e anni in cui i mass media hanno sostenuto erroneamente che i più giovani fossero naturalmente portati a comprendere il significato delle tecnologie e a servirsi di queste ultime in maniera direttamente proporzionale al tempo a esse dedicato, e scuole di ogni ordine e grado hanno tentato innumerevoli marce indietro verso il mondo dei padri e degli avi imponendo limiti all’accesso dei dispositivi in classe e nei luoghi dedicati allo studio e al sapere anologico, è venuto il momento per le società e le istituzioni moderne di affrontare il “problema” dell’esperienza digitale dei minori senza aspettare il prossimo aggiornamento dei termini d’uso di Instagram, o verificare sulla pelle dei propri figli e studenti l’efficacia dell’intelligenza artificiale di TikTok per quanto riguarda la moderazione di contenuti e account “pericolosi”.

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