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Dieci, cento, mille Internet

Sintesi e commento dell’ultimo libro di Laura DeNardis, “Internet in ogni cosa”, tradotto in italiano da Andrea Daniele Signorelli per conto di Luiss University Press e tuttora una delle più complete e significative opere dedicate al settore dell'”Internet delle cose”.

La presenza di Internet in ogni cosa o manufatto umano, sia esso un trattore o una lampadina, una macchina a guida autonoma o un macchinario industriale, è una tendenza apparentemente irreversibile e che innesca una serie di altri fenomeni inediti e ad alta complessità, che la politica e più in generale la società non possono delegare interamente alla selezione di mercato né rifiutarsi di governare: è su queste premesse che si basa l’ultimo lavoro di Laura DeNardis, professoressa della American University di Washington D.C., autrice del libro “Internet in ogni cosa” pubblicato in Italia da Luiss University Press nella traduzione curata dal giornalista esperto di nuove tecnologie Andrea Daniele Signorelli. “Lo schermo – scrive l’autrice fin dalle prime pagine del libro – non è più l’arbitro di ciò che è online o di ciò che è offline. Nell’era in cui la maggior parte dell’accesso era mediato da uno schermo era chiaro quando qualcuno ‘era’ su Internet. L’allontanamento dagli schermi verso oggetti ambientali dissolve questa distinzione tra online e offline”.

Laura DeNardis
Laura DeNardis, professoressa della American University e autrice del libro “Internet in ogni cosa”, è una delle più autorevoli esperte internazionali di governance di Internet (Foto: Jeff Watts per American UNiversity)

Internet in ogni cosa si dissolve sullo sfondo, portando con sé anche le ultime barriere rimaste alla tutela della privacy

La proliferazione di oggetti connessi, in questo senso, rende estremamente difficile tracciare una linea di confine netta tra mondo offline e online. Almeno, dal punto di vista di coloro che da quest’ultimo vorrebbero mantenere una distanza di sicurezza quando si tratta di tutelare la propria vita privata e il proprio diritto alla “disconnessione”. “Nei sistemi cyberfisici – spiega DeNardis – ottenere il consenso [alla privacy degli utenti] diventa complesso, in alcuni casi impossibile […] Gli esseri umani potrebbero non essere nemmeno consapevoli della presenza di un dispositivo integrato o della natura della sua raccolta dati”. Tanto più aumentano gli oggetti connessi, in ogni momento della vita quotidiana, tanto più Internet smette di essere una tecnologia o una caratteristica comune di alcuni oggetti in luogo di altri, per trasformarsi in un “oggetto sullo sfondo, quasi impossibile da separare cognitivamente dagli oggetti di tutti i giorni”. Qualcosa di familiare e al tempo stesso inafferrabile, a tal punto pervasivo e necessario da rendere sempre più difficile tutelare la propria privacy personale (a meno di non rinunciare a buona parte delle occasioni di scambio e socialità).

Il venir meno degli aggiornamenti del software espone a rischi imprevedibili sia gli acquirenti di un oggetto connesso, sia coloro che si trovano nel suo raggio d’azione

Se i timori riguardanti la privacy di coloro che entrano nel raggio d’azione di un oggetto connesso – sia esso una telecamera, un microfono, un frigorifero dotato di entrambi – sembrano essere tanto giustificati quanto sempre più indagati, la stessa cosa non avviene o non avviene ancora per quanto riguarda i timori relativi alla sicurezza delle persone. Gli oggetti connessi sono un nuovo tipo di oggetti che, una volta acquistati, necessitano di aggiornamenti continui tanto per poter funzionare correttamente quanto per essere protetti da eventuali cyberattacchi e intrusioni provenienti da qualsiasi angolo del mondo: aggiornamenti che, tuttavia, possono da un certo momento in avanti venir meno, esponendo gli utilizzatori a rischi imprevedibili tanto per la propria sicurezza online quanto per la propria incolumità fisica. “La pratica standard di aggiornare il software per correggere le vulnerabilità che sono state scoperte non si trasmette facilmente ai sistemi cyberfisici – scrive l’autrice di “Internet in ogni cosa” – La storia indica che i prodotti continuano a funzionare anche molto dopo che hanno smesso di essere supportati”, con un rischio crescente di diventare vittime di sempre più frequenti attacchi ransomware.

“Pagare un oggetto non significa più possederlo” completamente, e lo stesso proprietario potrebbe servirsene per esercitare un controllo sull’utilizzatore finale

Lo stretto legame di dipendenza tra un oggetto connesso e il produttore che ne assicura gli aggiornamenti per un determinato periodo di tempo crea una situazione inedita in cui “la proprietà privata non è più veramente tale, ma diventa un ibrido tra proprietà privata e licenza d’uso – scrive DeNardis, citando il caso dei trattori che – non sono semplici trattori, ma dei trattori-computer connessi digitalmente. Pagare centomila dollari per acquistare un prodotto non significa più necessariamente avere il controllo su questo oggetto, perché il produttore continua a esercitare un certo livello di controllo”. E se da un lato c’è chi non demorde facilmente, come nel caso di alcuni “agricoltori americani” che sarebbero stati “tra i primi a protestare contro questo livello di controllo da parte dell’industria privata”, c’è chi può ritrovarsi improvvisamente impossibilitato a difendersi quando si trova ad avere a che fare con un oggetto connesso il cui proprietario legale manifesta improvvisamente intenzioni aggressive. “I dispositivi integrati creano un terreno del tutto inedito per le molestie. Le incursioni quasi spettrali all’interno degli ambienti domestici, cambiando la temperatura o aprendo le porte, sono una nuova e spiacevole minaccia”, così come “il controllo coercitivo tramite l’intrusione nelle videocamere di sorveglianza”, in un contesto dove “il partner che abusa è a volte il proprietario legale di questi dispositivi e di queste videocamere” operanti nella casa della vittima.

Dieci, cento, mille Internet: il venir meno dell’interoperabilità con la diffusione di sistemi proprietari e la crisi dell’idea di universalità della Rete

In tutto questo, non sorprende che né il dibattito né le proposte di regolamentazione e governance del nuovo scenario in cui Internet entra letteralmente “in ogni cosa” siano tuttora ben lontane dall’agenda dei politici e dall’agenda setting di qualsiasi tipologia di media. Sorprende, tuttavia, che neppure a livello di operatori del settore si sia ancora trovata una stabile forma di collaborazione e condivisione degli “standard” di operabilità. “L’imponente proliferazione di dispositivi integrati mette in discussione – secondo Denardis – l’obiettivo di preservare una Internet universale, con standard aperti e condivisi, da sempre presente nelle comunità di progettazione e policy di Internet”. Il risultato finale è quello di una generale “tendenza verso ecosistemi chiusi”, o meglio “proprietari”, dove “l’interoperabilità sta svanendo”: “il passaggio dai sistemi d’informazione digitale ai sistemi cyberfisici sta ponendo sfide uniche, che mettono in discussione concetti consolidati nel tempo come competizione, scelta del consumatore, universalità”. Dieci, cento, mille Internet? Se non così tante, è comunque evidente come la stessa digitalizzazione degli oggetti quotidiani includa oggi almeno quattro forme diverse di IoT: quella di consumo, quella degli oggetti integrati nel corpo, quella industriale e i nuovi “sistemi integrati emergenti che non necessariamente si sviluppano entro standard comuni e regole di interoperabilità condivise a livello di comunità internazionale.

Nell’IoT viene meno la nozione di oggetti locali, ma non il bisogno di sicurezza, privacy e garanzie da parte di utenti e istituzioni

I temi posti da Laura DeNardis all’attenzione dei lettori sono tanti, complessi, di difficile lettura e nient’affatto scontati: il lavoro della professoressa si candida a diventare in breve tempo una pietra miliare del dibattito sul futuro di Internet nell’era degli oggetti connessi, e a poco varrebbe dubitare che le criticità emerse in Paesi più avanzati non debbano prima o poi ripresentarsi anche da noi. “Questi oggetti locali e i sistemi che li connettono sono una frontiera politica globale intrecciata con la sicurezza internazionale, con i conflitti geopolitici e i diritti umani” conclude l’autrice. Resta, tuttavia, il sospetto che a fronte di criticità così evidenti, di rischi così importanti e irrisolti per la salute, la sicurezza, la privacy, l’indipendenza delle persone dai produttori globali dei nuovi beni di consumo, possano sorgere difficoltà sempre più serie sulla strada del loro successo “commerciale” e di adozione globale: non solo, come scrivevo poco tempo fa, a causa di una comunicazione ancora in gran parte deficitaria, soprattutto sul fronte “smart home”, ma anche a causa di quell’assenza di consapevolezza, regolamentazione e coordinamento che fino ad oggi ha fatto la fortuna di alcuni produttori, e che un domani potrebbe ritorcersi contro di loro a fronte di danni materiali e immateriali arrecati a un numero crescente di persone in tutto il mondo. La storia recente dei social media dovrebbe aver insegnato qualcosa a chi punta solamente alla crescita e a costruire ecosistemi chiusi, da cui qualsiasi utente – pardon, essere umano – sente prima o poi il bisogno impellente di fuggire.

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