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Le forme dell’attivismo digitale: l’esperienza di Anticurriculum

Dialogo a tre voci con Irene e Claudio di Anticurriculum, spazio di discussione sui temi legati al mondo del lavoro, sui limiti e le opportunità dell’attivismo digitale realizzato su piattaforme online private.

Solo dopo aver deciso di fondare Anticurriculum, insieme a Francesca e Camilla, Irene e Claudio si sono fatti un’idea più precisa di tutti i paradossi che contraddistinguono le odierne piattaforme digitali e che condizionano qualsiasi progetto che prende forma attraverso di esse: nessuna barriera iniziale per aprire un account, creare una community e pubblicare contenuti, a fronte di competenze tecniche e risorse finanziarie la cui necessità diventa via via più manifesta con lo scorrere del tempo; piattaforme-mondo e utilizzate dalla stragrande maggioranza delle persone che tuttavia offrono solo pochi, limitati format espressivi e interattivi e dati di misurazione utilizzabili; l’eterno dilemma tra il desiderio di distinguersi da sindacati, consulenti e professionisti dell’argomento che si affronta e la sollecitazione a fare del proprio attivismo un’attività a tempo pieno e remunerata; per non parlare, infine, del dislivello esistente tra la delocalizzazione del dibattito digitale e il bisogno di occupare e presidiare uno spazio fisico e pubblico che abbia valenza politica anche nel mondo “offline”, soprattutto dopo l’anno dei ricorrenti lockdown di massa.

Come è nato Anticurriculum.

“Come porto un cambiamento positivo nella società sfruttando uno spazio esclusivamente online?”

Risorse finanziarie, risorse umane, competenze tecniche e di comunicazione: non è facile, oggi, individuare fin da subito il giusto bilanciamento tra volontariato e lavoro (in molti casi, “secondo lavoro”) per quanto riguarda i progetti di attivismo digitale come Anticurriculum, spazio di discussione sui temi emergenti legati proprio a un mondo del lavoro dove “la possibilità di fallire – come ricorda Claudio, uno dei quattro fondatori dell’iniziativa – è una forma di privilegio non concessa a tutti”. Anticurriculum comprende oggi un sito web, quattro account social e un podcast di approfondimento in cui raccogliere testimonianze di lavoratori e specialisti. “Non vogliamo dare risposte definitive – spiega Irene – ma vogliamo aprire la possibilità di discutere con onestà, offrendo spunti teorici e pratici”. “Abbiamo scelto di chiamarlo Anticurriculum – aggiunge Claudio – perché rispecchia la nostra volontà di rendere più completa e realistica la narrazione sul mondo del lavoro, facendo luce su storture e difficoltà, per poi cercare insieme delle soluzioni”.

Se gli esempi a cui ispirarsi non mancano, nella storia recente come in quella passata, manca ancora una definizione precisa di che cosa voglia dire fare “attivismo” su Internet. “Che potenziale trasformativo può avere un sito, un podcast, una pagina Facebook per la vita delle persone – si domanda Irene – quali sono i confini tra fare l’attivista e fare l’influencer? Quali i confini tra l’attivismo e il lavoro, per chi opera all’interno dell’industria mediatica e culturale? È etico, inoltre, produrre contenuti gratuitamente su cui poi le piattaforme private generano profitto?”. Contraddizioni da cui è difficile smarcarsi in maniera netta nel momento in cui i canali per raggiungere i lavoratori sono mediati da piattaforme digitali private e for-profit, che impongono severe limitazioni per quanto riguarda le modalità di espressione, la visibilità e la stessa possibilità di rimanere online senza violare alcuna regola di pubblicazione. “Molti progetti di attivismo online potrebbero avere un grande impatto sulla società – riflette Claudio – se solo avessero più risorse: per essere efficaci non bastano le buone idee, ma anche tempo per fare ricerche, sviluppare competenze tecniche, e sottrarre tutto questo al lavoro remunerato che tutti dobbiamo continuare a svolgere”.

“Il confine tra lavoro e attivismo è un’impasse che non smette di tormentarmi”

La soluzione, tuttavia, non sembra essere nel breve quella di trasformare un progetto gratuito e fondato su basi volontarie in un’entità dotata di risorse finanziarie autonome e a cui dedicarsi a tempo pieno: troppo grande il rischio personale di dipendere interamente da un progetto di attivismo per il proprio sostentamento, troppo ampio il salto temporale richiesto per acquisire quelle competenze e risorse necessarie e al contempo lasciare il proprio lavoro. “Per arrivare all’idea di Anticurriculum che ho – afferma Claudio – mi servirebbe molto più tempo a disposizione: sia per sviluppare contenuti, sia per migliorare le mie competenze tecniche (il montaggio di un episodio del podcast mi richiede ancora più tempo di quanto vorrei) e sviluppare contatti con attivisti e professionisti che possano arricchire la nostra esplorazione del mondo del lavoro”. “Al momento vorrei mantenere Anticurriculum come uno spazio indipendente dove condividere in modo libero la mia quotidianità di lavoratrice precaria – aggiunge Irene – anche se quella del confine tra lavoro retribuito e attivismo è un’impasse che mi tormenta non poco, dal punto di vista delle scelte future”.

Nell’immediato, il rischio maggiore derivante dalla mancanza di tempo e risorse sembra essere quello di non riuscire a superare la propria ristretta “bolla” di riferimento: giovani, interessati alla politica, che svolgono prevalentemente lavori intellettuali e con una buona dose di conoscenza dei temi trattati da Anticurriculum. “Quando parliamo di ‘greenwashing’ o ‘capitalismo delle piattaforme’ – spiega Irene – sono sicura che una buona parte dei nostri follower sa già di che cosa stiamo parlando. Ci rimbalziamo spesso contenuti tra noi, e io mi chiedo quanto serva davvero questo tipo di esposizione: vogliamo avere qualche impatto, o solo cantarcela e suonarcela tra noi? Non ho le risposte in tasca, ma mi piacerebbe molto confrontarmi con altre persone che si trovano davanti alla stessa domanda”. Questo, tuttavia, non vuol dire che con poche risorse e tempo a disposizione non si possano raggiungere risultati concreti, a condizione di sviluppare una propria strategia di emancipazione dalle piattaforme su cui tutto è cominciato.

“Ci siamo dati come regola quella di non farci guidare troppo da metriche e statistiche”

Quello che cerchiamo di fare è non buttare i nostri contenuti in maniera indiscriminata nei vari canali – spiega Claudio – ma di cercare di capire in che spazio ci stiamo muovendo. Se voglio parlare, ad esempio, di ecosostenibilità su Instagram so che ci sono molti profili attivi e per questo cerco di capire chi ne parla, come ne parla e come possiamo contribuire con un taglio più legato al mondo del lavoro. Inoltre, cerchiamo di segnalare e condividere il più possibile punti di vista interessanti altrui, perché crediamo che ci sia un modo per valorizzare l’aspetto più propriamente ‘sociale’ di un social network. La regola che ci siamo dati fin dall’inizio è quella di sperimentare il più possibile, concentrarci su ciò che ci sembra interessante, o a cui la community sembra interessata, e non farci guidare troppo da metriche o statistiche”. In questo senso, il sito occupa un “posto speciale” nell’attività di Anticurriculum perché costruito come “spazio autogestito” in cui non dipendere dalle regole delle piattaforme nel modo in cui vengono strutturati contenuti e conversazioni (competenze informatiche e “SEO” permettendo, come non manca di sottolineare Claudio).

L’emancipazione dalle piattaforme, e dal ristretto numero di format espressivi e di contenuti ammessi dalle policy di pubblicazione, porta anche a sviluppare un diverso approccio nei confronti delle persone, non più basato su logiche di efficienza e rapidità. “Cerchiamo sempre di rispondere a commenti e messaggi in maniera non generica – conclude Claudio – perché c’è un grande bisogno di avere spazi in cui si possa parlare in maniera onesta e critica delle proprie esperienze lavorative e cercare sostegno senza temere di passare per sfigati”. Resta, tuttavia, la difficoltà di costruire un dialogo alla pari con gli altri senza essere automaticamente identificati con consulenti del lavoro o sindacati, perché la materia prima di Anticurriculum rimane quella delle esperienze personali e della messa in discussione del lavoro quale principale ragione di vita. “Non siamo esperti ma siamo solo lavoratori – conclude Irene – che, al massimo, possono offrire consigli e supporto tra pari. L’idea di Anticurriculum mi è venuta quando ho compreso che il lavoro non era e non poteva essere il fulcro della mia vita, per questo ho deciso di parlarne in maniera critica creando uno spazio dove problematizzare quel che avveniva nella mia quotidianità. A tendere, l’idea è quella di suscitare domande nelle persone che ci seguono”. Attivisti digitali inclusi.

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