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Perché la vendita di TikTok negli USA rischia di diventare un pericoloso precedente

Nei giorni in cui le attività di TikTok Usa sono oggetto di una trattativa serrata tra il Governo e le maggiori aziende tecnologiche del Paese, l’Europa (e l’Italia) restano a guardare.

Quarantacinque giorni: è il limite di tempo stabilito dall’amministrazione Trump per la vendita delle attività di TikTok Usa a un’azienda statunitense. Microsoft, Oracle e perfino Twitter sono entrate nella partita, mentre ByteDance – l’azienda che ha creato TikTok – si è mossa per fare ricorso contro la decisione unilaterale del governo statunitense, incassando negli ultimi giorni anche l’appoggio del governo cinese. L’Europa, e l’Italia con essa, restano intanto a guardare, in attesa di un “precedente” che possa fungere da esempio nella complessa partita economica e politica che riguarda i monopoli digitali globali.

Lo smembramento di TikTok negli Usa è solo il primo della lista

TikTok, in questo senso, potrebbe essere solo la prima della lista: Facebook, Amazon, Twitter, Alphabet e la stessa Microsoft (che dal 2016 è proprietaria di LinkedIn) potrebbero diventare i prossimi obiettivi di una politica che si è sempre sentita minacciata dalla presenza di aziende globali in grado di modificare radicalmente e unilateralmente le regole del gioco in settori chiave come la comunicazione, il commercio e l’accesso all’informazione. Scorporare TikTok, smembrare Facebook, spezzettare Google o Amazon in una serie di “doppioni” nazionali sembra essere oggi la soluzione vincente per riportare queste ultime sotto l’influenza e il controllo dei singoli governi.

Dallo smembramento su base societaria a quello su base nazionale

Non è del tutto chiaro, tuttavia, come dovrebbe avvenire lo “smembramento” di aziende così importanti e influenti: fino a poche settimane fa, infatti, l’opinione prevalente era quella di costringere i colossi digitali a cedere le singole aziende acquisite nel corso degli anni. In quest’ottica, Facebook avrebbe dovuto “sbarazzarsi” di Instagram e forse perfino di Whatsapp e Oculus, mentre Aphabet avrebbe dovuto rinunciare a YouTube, Android e ad altre attività solo apparentemente distinte dal motore di ricerca Google. Un approccio, tuttavia, che si è rivelato impossibile da mettere in pratica nei confronti di TikTok, azienda in cui le successive fusioni e acquisizioni (tra cui quella di Musical.ly nel 2017) non sono più distinguibili dalla piattaforma originaria.

Lo smembramento dei colossi digitali non è (sempre) vantaggioso per gli utenti

Non è detto, tuttavia, che lo smembramento di un’azienda globale in tanti “doppioni” nazionali abbia effetti vantaggiosi per le persone che ne fanno uso o per i suoi clienti e inserzionisti. Nel caso dei social media, e di TikTok stessa, le connessioni internazionali tra gli utenti di una stessa piattaforma sono spesso quelle che consentono di uscire dalla propria “echo chamber” individuale per confrontarsi con altre culture e altri punti di vista. La diffusione globale delle piattaforme digitali non è un male di per sé: lo diventa nel momento in cui queste ultime vengono utilizzate come strumento di “soft power” o di spionaggio dalla nazione in cui risiedono, o nel momento in cui esse accettano di collaborare con regimi politici locali reazionari mettendo a rischio la privacy dei loro utenti.

Da notare, inoltre, come la presenza di tante Facebook o Google “nazionali” non sia di per sé garanzia di una maggiore competitività e trasparenza del settore: al contrario, l’acquisizione di TikTok da parte di Microsoft o di Oracle negli USA potrebbe avere come effetto quello di un consolidamento delle grandi aziende nazionali esistenti, a loro volta soggette al rischio di uno smembramento all’estero. Lo scorporamento di TikTok USA dalla piattaforma originale rischia quindi di rivelarsi un pericoloso precedente in direzione di una politica protezionistica e conservatrice interamente sbilanciata in favore degli oligopoli nazionali, senza alcun reale vantaggio dal punto di vista degli utenti (che non sia quello di conservarne dati all’interno del territorio nazionale).

Scorporare le attività, non le aziende: l’esempio della moderazione dei contenuti

Da qui nasce lo spunto per una terza, possibile soluzione, alternativa a quella dello smembramento su base geografica o a partire dalle singole aziende di cui le BigTech sono composte. L’alternativa, infatti, è quella di porre un limite al numero e alla qualità di attività che possono essere centralizzate da una singola azienda per volta: ad esempio, impedendo a social network, motori di ricerca, piattaforme di ecommerce di svolgere qualsiasi attività di moderazione di contenuti (dalla rimozione di post, alla revisione della qualità dei siti web, al controllo delle recensioni sui prodotti fino ad arrivare al controllo sull’identità dei singoli utenti) indipendentemente dal loro settore di specializzazione e dal numero degli utenti registrati al servizio.

Un’azienda privata non può fornire al tempo stesso servizi di comunicazione, informazione e commercio di prodotti e servizi ed ergersi contemporaneamente ad “arbitro della verità“. Questo non vuol dire che la moderazione di contenuti non sia necessaria, bensì che essa non possa più essere condotta in maniera centralizzata dalle stesse aziende che ne ricavano un implicito vantaggio economico e potere politico. Non può essere Twitter a decidere in autonomia se censurare o meno il tweet di Trump sulla base di una violazione della sua stessa policy: devono essere altre entità, pubbliche e private, globali e locali, a intervenire in base a regole di ingaggio e competizione negoziate a livello internazionale e quanto più possibile in maniera trasparente e verificabile in tempo reale.

Limitare le attività delle aziende è il primo passo limitarne la ricchezza e il potere

La sfida ai monopoli, oggi, si gioca su un piano diverso rispetto al passato: la dimensione globale di molte aziende digitali è spesso una necessità per poter offrire una infrastruttura resiliente e più vicina ai bisogni di una società meno vincolata di un tempo alla dimensione locale e nazionale. Questa tendenza alla crescita globale, tuttavia, non può essere la giustificazione per accentrare un potere di dimensioni altrettanto globali: la moderazione di contenuti, ma anche la verifica dell’identità degli utenti, la definizione dei prezzi dei servizi , il controllo sui “bias” degli algoritmi non possono più essere di esclusiva pertinenza dei pochi individui che reggono le sorti delle piattaforme più importanti. Limitare le attività di competenza è un primo passo per limitare il potere politico ed economico dei monopoli: facciamo in modo di imparare dal “precedente” di TikTok, comunque andrà a finire.

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