L’intelligenza artificiale ci costringe a ripensare il rapporto che abbiamo con la letteratura, la poesia e le arti in generale. O, perlomeno, con la loro versione depurata da tutti i tormenti e le angosce che la scrittura porta con sé.

La prima a conquistarsi l’attenzione dei giornalisti di tutto il mondo fu “Sunshine Lost Windows”, una raccolta di 139 poesie suddivise in 10 capitoli, ciascuno legato a una differente emozione dell’animo umano, generate dall’intelligenza artificiale Microsoft Little Ice a partire dagli scritti di oltre 500 poeti cinesi dell’ultimo secolo. Nello stesso anno, l’intelligenza artificiale Shelley del MIT rispose a tono, dando prova – sul suo account Twitter – di poter completare in autonomia una serie di brevi racconti dell’orrore a partire dagli incipit scritti dai suoi stessi lettori, dopo essere stata adeguatamente “addestrata” su racconti dello stesso genere autopubblicati su Reddit. Ancora prima, se si presta fede a un’intervista pubblicata su Motherboard, la rivista letteraria The Archive pubblicò nel 2011 la poesia “Bristlecone”, senza che gli editor o i lettori si rendessero conto del fatto che quest’ultima era stata apparentemente generata da un algoritmo.

 

Poesie scritte nello stile di un bambino

In questi giorni, in una competizione globale di cui non si potrà mai dichiarare il vero vincitore, i ricercatori di Microsoft e dell’università di Kyoto hanno svelato – con evidente soddisfazione, a giudicare dalle loro dichiarazioni riprese dalla stampa di mezzo mondo – di aver sviluppato una intelligenza artificiale in grado di scrivere poesie sulla base di immagini. Sia pur, ci tengono a specificare, non troppo diverse da quelle che potrebbe produrre un bambino in età scolare. Come sempre avviene in questi casi, una nutrita schiera di letterati, critici e lettori ha preso posizione, oscillando tra l’entusiasmo, il terrore di essere prima o poi sostituiti da una macchina, e il disprezzo verso una forma d’arte così priva di sentimento.

 

Forse l’esempio più alla portata di noi comuni mortali rimane quello di word.camera, dove un’intelligenza artificiale compone poesie e brevi scritti in prosa a partire da una foto scattata dal nostro computer. Io l’ho fatto, mettendomi in posa, ed è venuto fuori un testo che non sfigurerebbe come incipit di un brutto romanzo di costume, dove situazioni e personaggi diversi si alternano in maniera disorganica e senza alcuna ragione evidente, ma replicando lo stile e i “colpi di scena” di altri romanzi di maggior successo.

 

“Che ci vuole a scrivere come Ungaretti?”

Tutte le intelligenze artificiali che hanno dato prova di avere anche un animo “artistico” presentano alcuni punti in comune, che è bene ricordare: sono arrivate a generare testi “poetici”, o letterari, dopo essere state addestrate su migliaia di altri testi simili, e l’esito delle loro produzioni finora non sembra aver riscontrato un grande successo in termini di lettori e di critica. Incomprensione, diffidenza? Piuttosto, quello che stupisce in questi casi è l’enorme iato tutt’ora esistente tra la concezione dell’arte che hanno la maggior parte delle persone che leggono abitualmente poesia e letteratura, e quella dimostrata da chi dedica anima e corpo alla costruzione di intelligenze artificiali in grado di assemblare tra loro parole in un ordine che ricorda da lontano quello delle poesie e dei racconti più popolari. Un po’ come se una decina di termini riferiti a un contesto di guerra, in aperta campagna e con qualche cadavere dintorno, incolonnati a coppie di due o tre parole per volta, potessero meritarsi il termine di “poesia” per il solo fatto di ricordare da lontano lo stile di Ungaretti.

 

Allo stesso modo, è molto probabile che nel breve periodo un’intelligenza artificiale riuscirà prima o poi a eludere il controllo di editor, critici letterari e qualche decina di migliaia di lettori con un breve racconto poliziesco o un haiku, e riuscirà a farsi pubblicare da una casa editrice e portare a casa anche dei bei quattrini dalla vendita in libreria, prima di essere scoperta e additata al pubblico ludibrio. La storia citata da Motherboard, vera o falsa che sia, è un presagio molto più vicino di quanto pensiamo: dopotutto, il nostro mercato è già invaso da decine di migliaia di persone che imitano lo stile di altri scrittori più famosi, di “Instapoets” che hanno costruito un impero di follower su Instagram sovrascrivendo qualche frase sdolcinata alle loro foto delle vacanze, di professori universitari che sfornano un libro ogni sei mesi mettendo insieme citazioni prese da altri senza alcun nesso logico tra loro.

 

Da tempo, il mondo dell’editoria non è più quello di un Ungaretti o di uno Svevo. L’evanescenza di certe classifiche letterarie, in ogni caso, non impedisce a nuovi autori e saggisti di talento di pubblicare i loro libri e farsi apprezzare, seppur senza raggiungere quella fama e quegli introiti che solo la classifica di Amazon assicura a chi riesce a rispondere a tutti i requisiti, in termini di vendite, commenti ricevuti e chissà cos’altro ancora, richiesti dall’algoritmo della piattaforma di ecommerce che non fa dormire sonni tranquilli a librai ed editori di mezzo mondo.

 

Un “mi piace” non si nega a nessuno

Per noi ci sarà sempre la possibilità di leggere (pochi) romanzi e poesie scritte da persone reali, in grado di trasmettere tramite le parole un mondo interiore composto da immagini che nessuna fotocamera frontale riuscirà a catturare, e avvertire una sorta di legame invisibile con chi ha scritto quelle parole: come di riconoscenza, o di ammirazione, per aver saputo dare forma a sentimenti e pensieri che da sempre si agitavano in noi e che non trovavano risposta in tutti i testi pubblicati prima d’ora nel mondo.

 

Del pari, avremo la possibilità di leggere un numero spropositato di testi letterari e poesie composte da una macchina e, con ogni probabilità, arrangiati alla bell’e meglio da persone che hanno sempre sognato di scrivere “come Svevo”, di fare poesia “come Ungaretti”, senza mai aver avuto il coraggio di affrontare il loro stesso tormento, i loro stessi insuccessi. Adulti senza talento, o giovani senza la pazienza di coltivarlo, pubblicheranno online a costo zero le loro ultime opere e nessuno si domanderà più di tanto se queste ultime saranno frutto del loro intelletto, o di un’intelligenza artificiale, o della somma di entrambi. Scaleranno le classifiche, vinceranno premi, e saranno probabilmente citati nei libri di letteratura come i primi autori davvero “cibernetici”.

 

La stessa cosa potrà avvenire con la musica, la pittura, la fotografia o il cinema. Fino a quando un’intelligenza artificiale, addestrata sull’intero archivio della cultura umana prodotta in millenni di storia, non realizzerà una sintesi di tutte le arti messe insieme, un’opera grandiosa e impressionante per ambizione e per capacità di coniugare in così poco spazio epoche e stili differenti. Qualcuno la vedrà, uomo o macchina ormai non avrà più alcuna differenza, le assegnerà un “mi piace” e passerà con nonchalanche alla successiva foto di un gattino accovacciato su se stesso. Photoshop o fotografia, che differenza c’è dopotutto?

 

 

 

* Ringrazio Alessandro Chessa per essere stato di stimolo a questa riflessione e nella scelta dell’immagine di copertina, e ovviamente per la scoperta di quel prodigio dell’intelligenza artificiale che è tuttora world.camera.