Mentre i produttori di smartphone hanno da tempo immesso sul mercato delle versioni semplificate dei loro dispositivi, la stessa cosa non si può dire per le grandi piattaforme online, che prevedono tuttora una sola tipologia di utente: giovane, “smart” e capace di badare a se stesso.

Li abbiamo lasciati indietro di qualche anno, convinti di averli esclusi per sempre da quel nuovo mondo che le moderne tecnologie avrebbero creato per noi. Soli, nelle loro case sempre più grandi e sempre più vuote, li abbiamo salutati per l’ultima volta davanti a un vecchio televisore con la mal riposta certezza che non si sarebbero mai più mossi di lì. Da quello schermo insensibile al tocco di una mano, privo di ogni sensore intelligente e di ogni possibilità di personalizzare il proprio palinsesto a piacere. Abbiamo chiuso dietro di noi la porta di casa, convinti che non sarebbero mai riusciti a raggiungerci là dove eravamo diretti: in quel nuovo ambiente digitale in cui avremmo costruito una società di soli giovani, sia pur con l’aiuto di Facebook, Google, Instagram o Snapchat. Un mondo più moderno, “smart”, privo di quelle regole e quelle gerarchie di cui i nostri vecchi sembravano essere gli ultimi, testardi sostenitori. Per lungo tempo Internet ha rappresentato per i più giovani una terra di conquista inesplorata, dove i più anziani non sarebbero mai stati in grado di arrivare a causa di un “gap” tecnologico che si faceva di anno in anno più incolmabile.

 

Raddoppiano gli ultrasessantenni connessi,

ma l’utilizzo della Rete

è ancora ridotto all’essenziale

Ci siamo sbagliati, e alla grande. Nel giro di soli quattro anni, dal 2013 al 2017, la percentuale di over 65 che accedono regolarmente alla Rete almeno una volta alla settimana è più che raddoppiata, passando dal 15% al 33% (dati Gfk), seguita dall’analoga crescita degli over 50, passati dal 30% al 48%, mentre la percentuale di utenti Internet abituali in Italia è cresciuta a ritmi decisamente più contenuti, dal 60% al 67%. Secondo l’Istat, gli anziani hanno ormai imparato a usare i social network, a consultare i siti di news, e cercare informazioni mediche e di carattere generale riguardanti la salute, mentre sono ancora lontani dall’avere preso confidenza con servizi e piattaforme più complesse, come quelle per la telemedicina, gli acquisti online, o i pagamenti verso la pubblica amministrazione.

 

Non solo gli oggetti, anche le persone

ora sono a rischio “obsolescenza”

Gli anziani, su Internet, sono arrivati tardi perché nessuno ha pensato di invitarli. Se da diversi anni sono già presenti sul mercato versioni semplificate degli smartphone, non esiste invece una versione per anziani di Snapchat, di Amazon, di Facebook, o di qualsivoglia altra piattaforma online di rilevanza mondiale. Ancora oggi le grandi aziende di tecnologia rispondono ai bisogni di individui perennemente giovani, connessi, in continua evoluzione e aggiornamento come il software stesso. Sebbene gli anziani non siano mai stati esclusi, a priori, da una piattaforma come Facebook, è assurdo pensare che  una persona di 75 anni con una licenza elementare in tasca e l’intera vita trascorsa a lavorare in fabbrica possa arrivare a usare un social media con la stessa capacità di apprendimento e disinvoltura di un giovane, appena laureato e consapevole di quanto il proprio successo professionale (ma anche sociale, o sentimentale) dipenda dalla sua capacità di curare la propria presenza in Rete. L’anziano è stato dato fin dal principio per spacciato. “Obsoleto”, per usare un termine oggi adatto a descrivere il destino di oggetti e persone non in grado di reggere i ritmi compulsivi di aggiornamento di ogni entità connessa alla Rete.

 

Quello che per noi è una novità, per l’anziano rappresenta oggi un salto nel vuoto

Come emerge dal rapporto Istat, l’utilizzo che gli anziani fanno di Internet è ancora per lo più basilare, limitato allo scambio di messaggi via chat con i famigliari e alla fruizione passiva di un social media, nell’illusione di rimanere vicini ai propri amici e coetanei. Non è detto, tuttavia, che non possano compiere ulteriori passi avanti, anche se è evidente come certi aspetti che per noi sono tuttora difficili da capire e gestire correttamente – dalla tutela della privacy alla protezione dei dati personali, dalla selezione algoritmica delle fonti e delle notizie alla presenza diffusa di “fake news” – per una persona che ha già superato una certa età costituiscano una terra completamente inesplorata, quando non apertamente ostile alla propria sicurezza. L’educazione digitale, oggi, ancor prima che nelle scuole e nei posti di lavoro dovrebbe partire dalle classi più anziane, come fa da diversi anni la Fondazione Mondo Digitale e come abbiamo provato a fare per alcuni mesi noi della Social media street di San Gottardo Meda Montegani a Milano, con un ciclo di lezioni serali gratuite e aperte a tutti coloro che volevano avvicinarsi ai social media e al web per i motivi più diversi.

 

Per chi, come gli anziani, ha sempre prestato fede al ruolo di intermediari umani nella selezione e organizzazione delle informazioni, fossero essi uomini di chiesa, politici, banchieri o giornalisti, accettare il ruolo di un algoritmo nel dare ordine alle notizie che appaiono sul proprio newsfeed di Facebook rappresenta un cambiamento epocale. Per chi ha vissuto la propria vita in un mondo dove a ogni specifica mansione corrispondeva una persona in carne e ossa, affidarsi a un meccanismo invisibile che riceve gli ordini, autorizza i pagamenti, provvede alle consegne e gestisce i reclami, senza avere mai né un nome né un volto, deve essere un’esperienza simile a un vero e proprio salto nel vuoto. Nel mondo digitale l’anziano è chiamato a mettere radicalmente in discussione se stesso, senza avere la garanzia di un ritorno in tempi altrettanto rapidi. Deve aggiornarsi, compulsivamente, allo stesso ritmo degli altri, rinunciando a quei modi di pensare, di agire e di relazionarsi con gli altri che non hanno più diritto di cittadinanza nel mondo immaginato e progettato dai vari Zuckerberg, Dorsey, Spiegel, tutti rigorosamente sotto gli “anta”. Non è un caso, infatti, che molte persone anziane usino la foto di quando erano giovani come immagine del profilo di Facebook o di Whatsapp: a prezzo di enormi sforzi di studio e apprendimento la Rete offre loro la possibilità di sentirsi ancora parte di una comunità più grande e attiva, quella dei sani, dei giovani, delle persone “smart”, a condizione di apparire in tutto e per tutto uguali a questi ultimi.