Cécile Kyenge, il primo ministro nero (come lei stessa ama definirsi) della storia repubblicana, ha avuto il merito di inserire nell’agenda politica del governo Letta la questione cruciale dello Ius Soli: il diritto di cittadinanza, secondo la sua proposta di legge, va esteso a tutti i nati in territorio italiano, a prescindere dalla cittadinanza dei genitori. Ma con qualche restrizione. Cécile Kyenge, per questa sua proposta, è stata sottoposta ad attacchi e critiche barbare e fasciste da parte di alcuni esponenti politici di Lega Nord, Forza Nuova ed altri gruppi di ispirazione fascista e xenofoba.

Cécile Kyenge ministro per l'Integrazione
Cécile Kyenge ministro per l’Integrazione

Lo Ius Soli, grazie al coraggio e alla volontà di Cécile Kyenge, ministro per l’integrazione nel governo Letta, è entrato prepotentemente nel dibattito e nell’agenda politica quotidiana. Nonostante l’opposizione di forze politiche ormai marginali nel Parlamento e nel Paese, come Lega Nord e gruppi neofascisti, lo “Ius Soli” potrebbe essere approvato dal Parlamento entro la fine di questa legislatura, e diventare legge al posto della tanto famigerata Legge 91 del 1992, quella che regola la cittadinanza dei nati in Italia sulla base dell’origine dei genitori.

Secondo la Legge 91, solo chi è nato da genitori italiani o ignoti o apolidi può ottenere subito la cittadinanza italiana. Altrimenti, deve aspettare 18 anni, senza lasciare il Paese più di 6 mesi consecutivi. Una barbarie, che condanna quasi un milione di giovani all’emarginazione prolungata all’interno del sistema Paese, con conseguenze pessime per la loro integrazione nella società italiana, anche una volta ottenuta la cittadinanza.

Lo Ius Soli, nelle intenzioni di Cécile Kyenge aggiornate al Luglio 2013 (Fonte Ansa), andrebbe proposto in forma “temperata”. In un Paese come l’Italia, dove prima di Cécile Kyenge solo alcune frange della società civile avevano portato avanti il dibattito sulla cittadinanza in mezzo a mille difficoltà e a un oscuramento costante da parte dei media, la proposta di Cécile Kyenge appare realistica: “Come ministro ho posto un problema non per imporre un modello – ha recentemente dichiarato Kyenge – ma con l’obiettivo di suscitare un dibattito nel Paese per adattare la normativa alla realtà italiana di oggi“.

Lo “Ius Soli” di Kyenge non sarebbe quindi immediato, ma consentirebbe ai nati in territorio italiano da genitori stranieri di ottenere la cittadinanza dopo cinque anni dalla nascita. Un netto progresso, rispetto alla Legge 91 attuale, ma che nei fatti lascerebbe ancora per troppo tempo le famiglie e i giovani in uno stato di assoluta incertezza circa la loro permanenza nel Paese.

Cécile Kyenge, se ha avuto il merito di portare avanti la proposta sullo Ius Soli e di difenderla nonostante i barbari e vigliacchi insulti della destra e dell’estrema destra, ha tuttavia, secondo me, sbagliato ad “ammorbidire” la sua posizione. Questo suo cercare il compromesso, addolcire la pillola per l’elettorato ostile allo Ius Soli, è a mio modo di vedere una spia di quanto il progetto di una nuova legge sulla cittadinanza manchi di un reale sostegno politico, e sia vincolato a esigenze di “propaganda” del debolissimo governo Letta. Cécile Kyenge, malgrado lei, è vincolata alle sorti di un governo che è a sua volta dipendente dal destino politico di Berlusconi.

Se Ius Soli deve essere, allora che sia davvero completo, esteso a tutti i nati in territorio italiano. La cittadinanza non è un diritto divino, ma è il risultato di un insieme di fattori quali l’appartenenza a una comunità, la nascita in un preciso territorio, la condivisione di regole comuni e il rispetto dei diritti dei propri connazionali.

E se, oltre a dare la cittadinanza a chi nasce in Italia, la togliessimo ai leghisti?

Jacopo Franchi