Esistere: ecco la sola cosa che conta. Che cosa mi può accadere di male? Qualunque cosa accada, io ci sarò dentro“.

Una lontana fantasia. Ci sono scrittori che sanno emozionare, altri che sanno mostrarti una piccola verità, altri che riescono a costruire una complessa trama di storie vere e fantastiche, con le quali offrire una loro particolare visione del mondo. Ce ne sono di sperimentali, per i quali la forma si sostituisce alla storia, e altri profetici, in collegamento con una sorta di lontana fantasia universale che lascia presagire ciò che sarà e i cambiamenti dell’intelligenza collettiva.

Infine, ed è la cosa più evidente, ci sono scrittori che sanno raccontare una storia. E sono i migliori che si possano trovare per questi giorni di Natale, dove la mente funziona al rallentatore e si ha voglia soltanto di venire cullati dalle parole. Se dovessi pensare a un paragone per Manlio Cancogni, il mio primo riferimento è Carlo Sgorlon del Vento nel vigneto. Vale a dire, per molti giovani lettori, un altro illustre sconosciuto.

Due vita tra Roma e la Versilia. Poco male. La scrittura di Cancogni (arzillo novantacinquenne, tra i pochi superstiti della classe 1916) si dipana all’interno del libro come un tranquillo ruscello, che si può decidere o meno di seguire fino a quando ci avrà portato in un luogo più piacevole di quello da cui siamo partiti. La cugina di Londra è Nora, una splendida adolescente, poi emigrata, poi madre, della seconda metà del secolo scorso, amata in segreto dal più piccolo cugino Ninetto, miope, bruttino, appassionato di giocoleria e fotografia. I due si troveranno e si perderanno più volte, nel corso di due vite vissute all’estremo della provincia romana e versiliese e delle grandi città inglesi e americane. Ad accomunarli è lo stesso desiderio di indipendenza dalla soffocante e anarchica ricchezza in cui sono cresciuti.

Nino trovò il coraggio di proseguire sul viale. Nascosto dalla siepe di pitosfori sentì le voci concitate venire dalla villa. spaventato si fermò. Erano le zie di Nora e la loro mamma. Riconobbe la voce di Sara. Diceva: ‘finora ho creduto che fosse un capriccio. Ora comincio ad averne paura. è malata. Una ragazza che butta via la propria bellezza e la propria salute non piò essere che malata. Bisogna curarla. Se le cure in casa non bastano, ci vuole la clinica. Telefono oggi stesso ai suoi genitori. Che vengano a prenderla’“.

Il sesso senza nome. Nonostante attorno a loro scorra il paesaggio degli anni Sessanta e Settanta, con le sue sfumature di rivoluzione sessuale, artistica e culturale, i due cugini mantengono inalterata la propria individualità, spiccando all’interno di una famiglia come due corpi estranei, in fuga dalla soffocante protezione famigliare. Per la maggior parte del romanzo le loro vite procedono separate, tra mille avventure, anche di carattere sessuale, sulle quali l’autore cala la mannaia al momento giusto, lasciando una buona dose di sottinteso che è il vero segreto narrativo del testo.

In una storia così, priva com’è di lacrime, sangue, soldi e tradimenti, le vicende dei due cugini lontani, uniti da un sentimento inconfessabile e a loro stessi poco chiaro, a metà tra una tenera amicizia e una profonda attrazione, la narrazione rischia più volte di perdersi in tanti, inutili particolari, che si sopportano pazientemente nella vita, e annoiano a morte nella lettura.

Le dolci notti di Londra. Lo stratagemma dell’autore, di seguire i suoi protagonisti fino al momento topico dell’azione, in cui qualcosa di spiacevole sta per accadere, o un imprevisto ha di nuovo contribuito a separarli, dopo le dolci notti di Londra, a parlare fino a tardi in camera da letto, è di quelle che si imparano dopo una vita passata a raccontare storie in pubblico. La storia, quando sta per perdersi dietro ai mille nomi di parenti, nonne, zie e amici di famiglia, quando il sentimento che unisce i due cugini sta per perdersi nell’uguale conta dei giorni, ecco che torna a scorrere. Quello che sembra un addio definitivo, è solo il primo passo verso il prossimo incontro.

Ora, la notte, Nora e Nino dormivano non più divisi (lei di qua e lui di là della porta a vetri aperta) ma nello stesso letto che li conteneva benissimo. Era lei che lo aveva voluto, per stargli vicino, il più vicino possibile, prima di lasciarsi per chissà quanto tempo. Parlavano, le teste sullo stesso cuscino, si scambiavano mille tenerezze e prima di addormentarsi, ciascuno dalla sua parte, restavano a lungo abbracciati, stretti, fermi, piangendo di consolazione“.

Lo stile dell’adolescenza. Quello a cui una certa scuola contemporanea ci ha abituato, è che le storie di adolescenti debbano essere scritte dal punto di vista dei protagonisti, usando un linguaggio infarcito di abbreviazioni da sms, di neologismi e parolacce senza senso, giustificando l’esito delle fantasie dei ragazzi con la morale insegnata dall’adulto scrittore (un meccanismo perverso, di cui il blog Le Malvestite ha svelato un esempio brillante).

Cancogni fa esattamente l’operazione opposta: con un linguaggio severo, controllato (pacato, direbbero certe rubriche di giornale) segue fino in fondo i sogni e le fantasie di due ragazzini persi nel grande mondo, tenuti assieme da un legame invisibile a tutti, eppure fondamentale per la loro stessa sopravvivenza.

L’amore che lega i due cugini non viene indagato nelle sue fantasie erotiche o nelle sue cause più accidentali, ma come sentimento in grado di sostituirsi a tanti altri (affetto dei genitori, amore coniugale, amicizie varie) che di volta in volta mostrano tutta la loro limitatezza, per quanto riguarda le aspirazioni eccessive (di Nora) o nulle (di Ninetto) che ne condizionano tutti i possibili sviluppi.

Nel corso del libro, lo stesso amore che Ninetto nutre per la cugina, da un’iniziale e irresistibile – per un adolescente alle prime armi – attrazione sessuale, si modifica gradualmente, verso una più accettabile – per il protagonista – comunione spirituale. Fino a diventare, come per magia, l’unico punto di riferimento per Nora, passata oltreoceano.

“Non aveva mai voluto ammettere che ci fossero cose più vere della coscienza subliminare, del piacere tutto individuale di esistere rifiutando ogni convenzione sociale e morale. Ora, suo malgrado, quelle convenzioni, la famiglia, la maternità, gli altri (l’alterità, diceva David) s’insinuavano grado a grado nella sua anima che assisteva stupita alla subdola invasione. Aveva sonno. Aperta la pagina di un libro, subito le si chiudevano gli occhi. Passavano i giorni. L’inverno s’era addolcito. Ai primi di aprile ci fu un ritorno del freddo, cadde di nuovo la neve che conduceva così soavemente all’oblio di sé stessa“.

Una storia per il Natale, raccontata da un grande “vecchio” della letteratura del Novecento, in grado di distrarci dalle nostre mille preoccupazioni di tutti i giorni, e di lasciarci digerire con calma il panettone.