Questa è la biografia romanzata di Enaiatollah Akbari, afghano di nascita, di etnia hazara, emigrato attraverso il Pakistan, l’Iran, la Turchia e la Grecia, fino ad approdare in Italia a un’età imprecisata, tra i diciotto e i vent’anni, dopo otto anni di viaggio da clandestino e con la promessa di una vita migliore lontano dal suo Paese natale, da sua madre e dal suo fratellino minore.

Il libro che aspettava. Il libro è rimasto nella mia libreria per mesi, soffocato da volumi ben più noti e carichi di recensioni autorevoli, con quella copertina disegnata da un tale Marco Cazzato che ne fa qualcosa di più simile a un libro per bambini (idee della Baldini Castoldi Dalai). Un lungo viaggio in treno con mio padre è stata l’occasione di riprenderlo in mano, e di scoprire che la storia, tragica e di portata mondiale, è quella che il giornalista Fabio Geda è riuscito a ricavare dai colloqui con Enaiatollah, presso la casa della famiglia che lo ha ospitato e gli ha fatto ottenere il permesso di rifugiato politico. La firma di Geda assicura proprietà stilistica e fedeltà dei contenuti, nonostante le imprese “impossibili” che il protagonista ha compiuto per oltrepassare cinque frontiere senza uno straccio di documento e di passaporto, in mano ai trafficanti di uomini e a compagni talvolta poco raccomandabili.

Non mi abbandonare, caro lettore: non sei qui per leggere l’ennesima giaculatoria contro la politica di respingementi del Governo. Sei in un blog di letteratura, e quello che voglio fare è trasmetterti tutta l’emozione che questa storia mi ha dato. Una storia che, a ben pensare, si rinnova ogni giorno, da tempi immemori, nelle vicende di tutti gli emigranti di tutti i popoli, e che ho potuto apprezzare ulteriormente dopo una visita al Museo dell’Emigrazione italiana.

La partenza. L’idea della marcia verso Ovest prende piede a poco a poco nella mente del protagonista, dopo continue difficoltà ed episodi di violenza cui è sottoposto, in Pakistan, perché di religione sciita, e in Iran, perché clandestino. Con il crescere dei chilometri aumentano le difficoltà, le prove da superare, ma anche la consapevolezza di non potersi fermare prima dell’approdo alle frontiere dell’Unione. In mano, solo qualche indirizzo di chi anni prima è riuscito a passare il confine, e a stabilirsi, e la forza di cui è capace un adolescente cresciuto all’aria aperta.

Solo i fatti sono importanti. Eppure, la penna del giornalista non concede nulla allo stile tragico, non si sofferma sugli episodi di violenza, e lascia trasparire, al momento giusto, la trascrizione originale delle conversazioni avute con Enaiatollah, nel momento in cui le parole del protagonista enunciano una particolare verità raccolta lungo il percorso, o si fanno più incerte, indeterminate, nell’evocare un fatto lasciato dietro le spalle per chilometri e chilometri.

Ecco, mi racconti altre cose dell’Afghanistan, prima di continuare?

Quali cose?

Di tua madre, o dei tuoi amici. Dei parenti. Di com’era fatto il tuo paese.

Non voglio parlare di loro, non voglio parlare nemmeno dei luoghi. Non sono importanti.

Perché?

I fatti, sono importanti. La storia, è importante. Quello che ti cambia la vita è cosa ti capita, non dove o con chi

La buona educazione degli altri. Una storia di tenacia, di coraggio, che lascia trasparire solo di sfuggita, ma con parole che si fanno ricordare, tutti gli episodi di razzismo, corruzione e violenza che gli emigrati devono affrontare prima di arrivare a destinazione.

Ci fa chiedere, questo libro, se la nostra educazione, al sicuro dalle quattro mura di casa, scuola e chiesa, non sia troppo inconsistente, permissiva e protettiva, per prepararci davvero alle difficoltà della vita.

Mi sono chiesto più e più volte, durante la lettura, cosa avrei fatto nei panni di Enaiatollah, quali le mie reazioni, e se a dieci, undici o più anni avrei trovato la forza di sopravvivere, dopo essere stato abbandonato da mia madre in mezzo a un Paese straniero, e senza maestri da seguire in una via praticamente infinita. E mi sono risposto: no, mi sarei arreso prima, forse sarei precipitato da qualche rupe al confine tra Iraq e Turchia, oppure sarei affogato nell’Egeo, di notte, dimenticato da tutti. E con me tanti altri, meno determinati, ma anche meno fortunati.

Lo si legge in due o tre ore, ma lascia un ricordo che dura per sempre. E che ci apre gli occhi, più di quanto non possano fare due o tre minuti di radiogiornale, sui retroscena di un viaggio cui molti si sottopongono perché impossibilitati a fare altro, e che ne lascia tanti in fondo al mare, in pasto ai “coccodrilli”.