Leggere Proust in questi tempi sembra diventata un’operazione, se non bizzarra, quantomeno inutile. Perché la Recherche, si sa, è un capolavoro incompiuto, perché è lunga, a tratti difficile da comprendere, si basa su un modo di pensare e concepire il romanzo del tutto fuori dai canoni della gente comune e, soprattutto.. non succede niente!

Il lettore a diesel. Stronzate, ve lo giuro. I veri capolavori si distinguono per una proprietà arcinota, ma non ancora sufficientemente esplorata: dopo 50, 100, 150 pagine di lettura, affaticata dalle migliaia di parole e particolari di cui si fatica a rammentarsi il perché, il lettore, suo malgrado, deve confessare a sé stesso di non riuscire più a distogliere gli occhi dalle pagine.

L’ingresso nel Tempo. Perché le vicende di cui Proust favoleggia, a metà tra autobiografia e finzione, si fanno d’improvviso così reali da darci l’impressione che sia il mondo fuori dalla pagine, quello che non vive solo di parole, una gigantesca e inutile finzione? Domanda inutile, tanto vale leggere qualche brano di questo secondo libro della Recherche, così vasta, ancora così inesplorata, e tuttavia tra le migliori opere mai realizzate dall’essere umano.

In teoria sappiamo che la terra gira, ma di fatto non ce ne accorgiamo, il suolo sul quale camminiamo sembra non muoversi e viviamo tranquilli. Lo stesso avviene nella vita per il Tempo. E per rendere la sua fuga sensibile, i romanzieri sono costretti, accellerando follemente i battiti della lancetta, a far valicare al lettore dieci, venti, trent’anni in due minuti. All’inizio della pagina abbiamo lasciato un amante pieno di speranza, alla fine della pagine seguente lo ritroviamo ottuagenario mentre compie faticosamente la sua passeggiata quotidiana nel cortile di un ospizio, e a malapena risponde a ciò che gli si dice, dimentico com’è del passato.

Dicendo di me ‘non è più un bambino, i suoi gusti non cambieranno più, ecc’, mio padre di colpo mi aveva fatto apparire a me stesso nel Tempo, e questo mi causava lo stesso genere di tristezza quasi fossi stato non già il degente rammollito dell’ospizio, ma uno di quegli eroi di cui l’autore con un tono indifferente, che è particolarmente crudele, ci dice alla fine di un libro ‘Lascia sempre più raramente la campagna, ha finito per stabilirvisi definitivamente ecc.’“.

Proust e Meneghello. Tutti quelli che non hanno mai letto la Recherche sanno parlare benissimo del famoso episodio della madeleine, contenuto nel primo capitolo del primo libro, “Dalla parte di Swann“. Ebbene, sorprenderà non poco sapere che il “tempo perduto” di cui si parla fin dal titolo è molto di più di quello infantile, dei ricordi sfuocati, che torna a galla, mangiucchiato, dalla tazza di thè.

Per certi versi si potrebbe confrontare l’opera di Proust a quella di Luigi Meneghello (vedi articolo in questo stesso blog): il primo si cura di definire tutte le possibili percezioni del tempo a seconda del punto di vista del suo protagonista; il secondo impiega le isoglosse linguistiche e la storia del dialetto di Malo per tracciare i confini di una storia insieme personale e generale, di una civiltà perduta assieme al suo dialetto.

Giovani, nobili, romanzi e fanciulle eterne. Il “Tempo perduto” di Proust è quello dei romanzi, della visione fantastica di cui l’autore misura tutto lo scarto da quello reale; ma è anche il “tempo perduto” del giovane inconsapevole, che crede che la propria vita sia sempre in fase di attesa, come se non fosse ancora nato definitivamente, perso in un limbo di cui non si vede l’uscita; è il “tempo perduto” di una nobiltà francese (ed europea), così ben descritta nelle opere letterarie di pochi decenni prima, che sta per fondersi definitivamente (o annullarsi) nella borghesia; è il “tempo perduto” delle fanciulle in fiore, esseri che sembrano immuni dal contagio degli elementi:

è così breve quel mattino radioso che si arriva ad amare soltanto ragazze giovanissime, quelle in cui la carne come una pasta preziosa lievita ancora. Non sono che un fiotto di materia duttile plasmata ogni momento dall’impressione passeggera che le domina. Si direbbe che ciascuna è di volta in volta un piccola statuetta dell’allegria, della serietà giovanile, della tenerezza, dello stupore modellata da un’espressione franca, completa ma fugace. Questa plasticità dà infinita varietà e fascino alle gentili attenzioni che ci mostra una ragazza. Certo sono anche nella donna e quella che non ci ama o non lascia vedere che ci ama, assume ai nostri occhi qualcosa di noiosamente uniforme. Ma quelle stesse gentilezze, dopo una certa età, non apportano più morbide fluttuazioni su un viso che le lotte per l’esistenza hanno indurito, reso per sempre combattivo ed estatico“.

Lo si legge in un attimo. Impossibile a credere, ma la scrittura di Proust è di quelle che si leggono in un attimo, che si bruciano troppo in fretta prima di poter soddisfare tutto il nostro piacere. Certo, non è un libro per tutti: ci vuole una certa preparazione storica, un minimo di abitudine alla lettura e tanta pazienza prima di riuscire a districare l’ammasso di persone, sensazioni, luoghi che il narratore descrive con inimitabile precisione. Vale per Proust lo stesso discorso che potrebbe esser fatto per il contemporaneo Kandinskij, con i suoi scarabocchi infantili: entrambi, prendendo spunto dalla propria tormentata infanzia, applicandovi sopra un pensiero rigoroso e una ricerca originale, sono riusciti a trasferire nell’arte un “frammento di realtà”.

Certo le attenzioni che una donna ha per noi possono ancora, quando l’amiamo, disseminare di nuove delizie le ore che passiamo accanto a lei. Ma non è per noi una donna continuamente diversa. La sua allegria resta estranea a un volto che resta immutato. Mentre l’adolescenza è anteriore alla solidificazione completa e da questa deriva il poter provare accanto alle ragazzine quella freschezza che offre lo spettacolo delle forme in continuo mutamento, in perenne instabile opposizione che ricorda quell’eterno ricrearsi degli elementi primordiali della natura che possiamo contemplare davanti al mare

Il prezzo della bellezza. Il mondo di Proust è quanto di più reale si possa ricavare da un libro. Le sue “fanciulle in fiore”, pur dotate di tutte le perfette qualità che da sempre la letteratura (e la vita) dispensa loro, non sono una pura invenzione letteraria, ma racchiudono in sé tutto il fascino e il mistero dell’adolescenza.

Si svela per la prima volta l’azione del Tempo, che a poco a poco riscuote il suo prezzo sulla pelle delle donne, divenute incapaci di assimilare in uno stesso essere tutte le molteplici sfaccettature della personalità che l’adolescenza non si preoccupava di nascondere.

Il “fiore” delle ragazze è cangiante, misterioso, inafferrabile, in virtù di una legge temporale che a molti può apparire come una forzatura, ma che vediamo in azione in ogni momento della nostra vita.

Stati di grazia. Non si tratta semplicemente di “madeleine” e di “ricordi lontani”. Il tempo che non ritorna, e di cui Proust va per primo alla ricerca, è quello che la vita comune non registra, dal quale sembriamo immuni e che, tuttavia, agisce con maggiore efficacia nelle vite degli uomini. Il tempo in cui si crede di essere sospesi dalla vita, di quegli stati di grazia o di profonda solitudine in cui le giornate rimangono come inconcluse, identiche l’una all’altra, senza che il trapasso dal giorno alla notte influisca più di tanto sul nostro animo.

Le “fanciulle in fiore” sono solo uno dei tanti soggetti che hanno il potere di farci uscire dal Tempo, se ci uniamo a loro, per mesi o per anni, prima che un evento, del tutto inatteso e banale, come può essere il brusco cambio di stagione o un approccio mancato, ci riporti alla realtà.