è un libro pubblicato nel 1978 da Savelli Editore, e contiene al suo interno tutte le qualità letterarie dell’epoca. L’ho trovato in casa, nella biblioteca di famiglia, e come tutte le opere che i miei genitori hanno acquistato prima della mia nascita non mi convince del tutto.

Bamboccione d’antan. La storia narrata, in prima persona, è quella di laureato in Filosofia da 110/110 e lode disoccupato, nella Roma assediata dal terrorismo di tutti i colori, che si batte con sé stesso per non lasciarsi affogare dalla disperazione e dal conformismo dilagante.

Al suo fianco è una figura femminile, dai capelli scuri, le labbra carnose e un minimo di stabilità emotiva (ma giusto un poco), di nome Manuela, con la quale si dilunga in amplessi rabbiosi e impara a controllare le proprie eiaculazioni precoci.

La scrittura vuole tradurre la rabbia confusa e disperata di chi non fa nulla dal mattino alla sera, ma è così pieno di ripensamenti, fobie e ansie da non avere il tempo di riposarsi un secondo. Immancabile, poi, il sogno del protagonista di essere un grande scrittore, e di cambiare, con il primo libro pubblicato, la storia personale e quella del mondo, in una catarsi collettiva in forma d’inchiostro.

Il femminismo domato. Paziente come sempre, la carta della Savelli Editore (chiusa nel 1982, ci informa Wikipedia) raccoglie tutte le esperienze alternative che si potevano fare in quegli anni: dall’incontro con le religioni orientali, dove il protagonista ricava un mezzo oracolo sul quale riprendere la sua affannosa ricerca di un’Itaca al quale approdare, al sesso libero e all’avvento del femminismo, che il protagonista subisce dall’inizio alla fine, ironizzando come può  sulle donne e la loro rinnovata unità contro il maschio ormai alle corde.

Il ritmo ossessivo con cui queste vicende sfilano sotto i nostri occhi farebbe anche ridere, se solo avessimo vissuto in prima persona il clima di quegli anni. E ci gusteremmo anche lo stile un po’ raffazzonato, pieno di “cazzi”, di “fighe” leccate e invettive contro lo squallido mondo consumista, se solo sapessimo che quel gridare a vuoto (o all’orgasmo mancato) corrisponda a una vera tragedia collettiva.

L’impressione che se ne ricava, invece, è quella di una continua celebrazione ed esplosione di “creatività”, come se questa si limitasse all’espressione di tutte le fesserie che passano per la testa.

Un’opera “addirittura” profetica. Eppure, nonostante  questa continua lamentela egocentrica e il legame con un passato ormai lontano ed effimero, l’opera rimane nel complesso leggibile, in alcuni momenti addirittura profetica.

Succede che, dopo pagina 80, la scrittura comincia a farsi più controllata, le vicende superano lo stretto giro personale e l’occhio dello scrittore riesce a far emergere dallo sfondo i personaggi che, per molte pagine, non sono stati altro che macchiette. Unico neo: la coprotagonista femminile, Manuela, che fino all’ultimo rimane troppo idealizzata, troppo vicina alle immagini spettrali che gli uomini si fanno delle donne, per poter essere davvero apprezzata.

Ed ecco, a titolo di esempio, uno dei migliori “urli” del protagonista, quello che da la morale a tutto il romanzo:

L’importante è costruire la parola vita nel modo esattamente opposto a quello che per centocinquanta anni ci hanno propinato quello stronzo di Renzo Tramaglino e quella cretina figacucita di Lucia Mondella, vergine di Stato.

L’importante è vivere la vita ribellandosi, allegramente, astutamente, con una perduta e sconfinata voglia di vivere, urlando ai quattro venti con tutto il fiato dei nostri polmoni la stramaledetta rabbia contro chi ci opprime.

Rabbia, rabbia, rabbia, per tutti coloro che non possono vivere come sarebbe giusto, doveroso, inoppugnabile.

Alla guerra civile, alla fame, alla disperazione, alla desolazione della mia eterna solitudine, io rispondo con tutta la rabbia del mio amore. Per non esser più un fuoriposto. Vieni qui, Manuela, stenditi, vicino a me, spogliamoci ecco, così, l’uno accanto all’altro, fammi entrare dentro di te, eccomi dunque, Aldo ed Emilio che suonano per noi, Ottavio è già andato per il suo destino, siamo noi, alla faccia dei soldi, alla faccia di chi questa notte affila le armi perché ci odia, noi chiaviamo con amore e rabbia.

Tanta rabbia, tanta, tanta.

Tanta rabbia da far scoppiare le stelle tutte, una per una.

Fino al buio assoluto“.