Ad avvicinarmi a quest’opera è stata la progressiva scoperta di un territorio, quello dell’alto vicentino, che ha dato i natali a Luigi Meneghello e che è sempre stato un centro nevralgico nel panorama culturale italiano (Santorso, vicino a Marano, ha avuto un ruolo importante nella storia degli incunaboli, con l’editio princeps del Canzoniere di Petrarca). Sulla mappa, è possibile disegnare un triangolo immaginario tra Malo, la città del titolo, Schio e Thiene, confini ravvicinati che la grande cornice delle Alpi racchiude e protegge.

In questo punto le colline che
salgono da Vicenza si allargano verso ponente, e si tirano indietro un lembo
della pianura. Questa baia è nostra. Sullo sperone che la separa dal lago della
pianura è ancorato il nostro paese. Davanti a noi c’è Schio, con le spalle a un
bastione di monti azzurri, il Sengio Alto con gli Apostoli, il Pasubio, il
Novegno, la piramide del Summano, e l’orlo alto e lungo dell’Altipiano”.

Sono vicende di second’ordine,quelle che racconta Meneghello in prima persona, di una biografia tutto sommato tranquilla e priva di grandi tragedie (le prime cotte amorose, le avventure con gli amici).

Meneghello descrive esaurientemente tutte le sfaccettature del mondo abitato dai suoi personaggi, un ambiente urbano che riceve le sue energie migliori e la sua ragion d’essere dall’attività instancabile della campagna circostante.

Dietro al paese si sentiva il fondo stabile di una maggioranza contadina, inamovibile, testarda. In qualche modo, noi eravamo a nostra volta il fiore urbano di questa società contadina, un centro. Si formava ancora quasi un tutto unico con la campagna, ma il paese travasava e raffinava il costume campagnolo. Di questo complesso lavoro di mediazione esercitato dall’ambiente paesano è difficile documentare bene la natura soprattutto per le difficoltà di lingua. La lingua in cui eseguivamo (senza saperlo, ben s’intende) la nostra mediazione non è scritta, e la lingua che scriviamo in paese e in tutt’Italia può facilmente tradirci».

L’autore racconta la storia della sua gente dagli anni del fascismo fino alla ricostruzione del dopoguerra, e l’irruzione della modernità in una società ancora agricola, patriarcale, senza indulgere a sentimentalismi e dolci rimembranze.

La lingua è il primo canale d’accesso a questo mondo autosufficiente, dove il dialetto è la prima lingua per tutti, quella che si padroneggia fin dall’infanzia e con cui si comunica
abitualmente, e l’italiano una convenzione necessaria al lavoro, a trattare con le autorità e ad andare bene a scuola. Il dialetto permette un accesso «immediato e quasi automatico» alla realtà delle cose, perché la prima parola memorizzata si è legata indissolubilmente a un oggetto, un’azione o un costume tipico del luogo e che l’italiano può rendere solo in maniera goffa o prolissa.

La scrittura dell’autore è in un italiano perfetto, scorrevole, con qualche inserto inglese (Meneghello ha a lungo insegnato a Reading, in Inghilterra), ma la base documentaria risiede nel dialetto, che esiste solo nella sua memoria. È attraverso il dialetto che è
possibile ricreare, sia pure solo per il tempo della lettura, un’atmosfera che altrimenti farebbe la stessa fine della sua memoria di uomo anziano, e una società, quella contadina, che era il naturale mondo di relazioni dei nostri genitori.

«Il paese di una volta aveva un suo pregio: formava una comunità umana modesta ma organica. Ci conoscevamo tutti, il rapporto tra i vecchi e i giovani era più naturale, il rapporto tra gli uomini e le cose era stabile, ordinato, duraturo. Duravano le cose, le piccole opere pubbliche, gli arredi, gli oggetti dell’uso: tutto era incrostato di esperienze e di ricordi ben sovrapposti gli uni agli altri. Gli utensili domestici avevano una personalità più spiccata, si sentiva la mano dell’artigiano che li aveva fatti; la parsimonia stessa del vivere li rendeva più importanti..».

Meneghello, tuttavia, non è un autore nostalgico. Non lo è perché la sua ricostruzione della Malo della sua infanzia è spietata, non risparmia né gli uomini (alcuni di fantasia, altri
meno) né le fondamenta della sua società. Sa che un mondo simile non potrà mai
risorgere e presentargli il conto, e dunque si applica fino in fondo a sviscerarne le trame, i complessi rapporti sociali che lo tenevano in vita, e lo fa partendo dalla lingua, il maladense, con la quale le persone si esibivano in pubblico.

«Sulla masturbazione a Malo non so molto: per me è un fenomeno tipicamente vicentino. Fu a Vicenza che lo incontrai (sui dieci anni di età) e ne appresi il nome. Questo nome mi pareva improprio, intriso di volgarità cittadina: conteneva immagini assurdamente
faticose, stridenti e suoni stonati».

La narrazione parte dalla lingua, dunque, e ad essa fa continuo riferimento. È il caso di una bellissima metafora inventata dall’autore, per descrivere lo spaesamento prodotto dalla lingua su chi fa ritorno al paese dopo tanti anni di assenza: essa è «come un fiume» che scorre, e solo chi vi resta all’interno, facendosi trasportare dalla corrente
per tutta la sua vita, può considerarla come un fenomeno naturale, senza
evoluzione storica. L’uso frequente delle lingue nazionali e l’italianizzazione
progressiva del dialetto, per cui la televisione e la radio hanno ricoperto un
ruolo determinante, sono bastevoli a sottrarre per sempre l’autore a un mondo
di ricordi ed esperienze che sembravano circoscrivere i confini del mondo
abitabile, e che si davano come assoluti solo fino a quando la lingua
dialettale era l’unica in grado di descriverli e di farli funzionare.